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Il true crime è ormai parte delle abitudini di molti, tra podcast e serie seguite anche nei momenti più ordinari della giornata. Secondo diversi dati, circa metà del pubblico statunitense consuma contenuti legati a crimini reali. Questo ha alimentato il dubbio che l’esposizione costante a storie di violenza possa influenzare la mente, rendendo più facile immaginare comportamenti aggressivi.
Due studi guidati da ricercatori dell’Università di Graz hanno però osservato il fenomeno da vicino, concentrandosi su ciò che viene definito creatività malevola, cioè la capacità di immaginare soluzioni originali per danneggiare qualcuno. I risultati sono stati pubblicati su The Journal of Creative Behavior e non confermano un legame diretto tra consumo del genere e aumento di questa tendenza.
Il primo studio ha coinvolto 160 adulti, analizzando abitudini di consumo e livelli di aggressività, oltre a test di creatività verbale e immaginazione applicata a situazioni di ingiustizia quotidiana. Ai partecipanti veniva chiesto di inventare possibili reazioni a episodi irritanti, come un torto subito da un collega o un vicino scorretto.
Le risposte sono state valutate per quantità, originalità e livello di danno immaginato. Il risultato principale è che non esiste un aumento generale della creatività aggressiva tra chi segue spesso il true crime. Solo nei soggetti già predisposti a comportamenti aggressivi si nota un lieve incremento di idee di rivalsa, mentre negli altri casi l’effetto è quasi nullo.
Il secondo studio, con oltre 300 partecipanti, ha aggiunto variabili come umore e preferenze per altri generi, incluso l’horror di finzione. Qui emerge un dato interessante: l’horror sembra più legato alla produzione di idee dannose rispetto al true crime, probabilmente perché non vincolato alla realtà.
Al contrario, il true crime mostra un effetto più “contenuto”, associato a idee meno estreme e spesso basate su manipolazione sociale più che su violenza fisica. Questo suggerisce che la struttura reale dei casi raccontati possa limitare la fantasia distruttiva, rafforzando una percezione più concreta delle conseguenze.
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I ricercatori propongono due possibili spiegazioni: una maggiore sensibilità alle conseguenze reali delle violenze e una più forte attenzione ai rischi concreti. Entrambe potrebbero ridurre la tendenza a immaginare scenari estremi o “creativi” di aggressione. Resta però un limite importante: gli studi sono trasversali e fotografano solo un momento, senza seguire le persone nel tempo. Per questo non è possibile stabilire un rapporto di causa ed effetto definitivo. Il quadro attuale indica comunque che il true crime, più che alimentare la violenza, sembra mantenerla stabile o addirittura ridurre la fantasia aggressiva.
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