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Di solito gli archeologi arrivano quando la festa è finita da un pezzo e devono accontentarsi di ripulire le briciole. Questa volta, nel sito di Shanjiabao situato nella regione del Ningxia, la fortuna ha decisamente girato a loro favore. All’interno della tomba M39, risalente al periodo degli Stati Combattenti tra il 475 e il 221 a.C., gli studiosi hanno recuperato un recipiente di bronzo con imboccatura a testa d’aglio tipico della cultura Qin. Con enorme sorpresa, il vaso custodiva ancora circa 3,7 litri di un liquido limpido dal colore azzurro-verde e privo di odore.
Il miracolo della conservazione non è dovuto a una magia, ma a una tecnica di confezionamento decisamente all’avanguardia per l’epoca. Gli scienziati hanno scoperto che la bottiglia era protetta da un doppio strato isolante, composto da un tessuto interno e un impasto sigillante applicato all’esterno. Questa barriera ermetica è riuscita a bloccare l’aria e le infiltrazioni di acqua di falda per ventitré secoli. Grazie a questo perfetto isolamento, l’equipe ha potuto analizzare direttamente una bevanda alcolica in forma liquida, un’occasione straordinariamente rara rispetto allo studio dei classici residui secchi.
Gli esami chimici effettuati tramite spettroscopia FTIR e spettrometria di massa hanno confermato che non si trattava di semplice acqua. Il team di ricerca ha rilevato elevati livelli di acido lattico e ossalico, escludendo la presenza significativa di acido tartarico tipico del vino di frutta. Lo studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports dimostra che il fluido è il risultato di una fermentazione controllata di cereali. Al suo interno sono stati mappati migliaia di composti organici, tra cui aminoacidi, zuccheri e acidi grassi, compatibili con un prodotto alimentare preparato intenzionalmente.
Le risposte definitive sulla composizione sono arrivate dall’esame ravvicinato del sedimento depositato sul fondo del vaso. Al microscopio sono emersi oltre centomila granuli di amido, di cui circa il 92% appartenente al miglio comune, la coltura regina della Cina settentrionale. Il restante 8% è stato attribuito al gruppo delle Triticeae, che include frumento e orzo, mentre la presenza di 8500 cellule di lievito ha certificato il processo fermentativo. Alcuni cereali mostravano evidenti segni di macinazione e riscaldamento, confermando che la produzione non era affatto legata a un fenomeno spontaneo.
I dettagli tecnici della bevanda rimandano chiaramente all’utilizzo del qu, uno starter tradizionale cinese ottenuto inoculando muffe ed erbe sui cereali per trasformare gli amidi in zuccheri. Questo approccio strutturato si distingueva dal nie, basato invece sui chicchi germogliati, e testimonia una profonda consapevolezza microbiologica. Sebbene la produzione di alcol in Cina vanti radici profonde fino a diecimila anni fa, la scoperta di Shanjiabao è un tassello unico per la linea evolutiva del nord. La bevanda si basava infatti sulle risorse agricole locali come il miglio, diversamente dalle produzioni meridionali incentrate sul riso.
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L’archeologia ci ricorda che il sito del ritrovamento si trovava in una strategica area di frontiera, vicina al sistema di fortificazioni della Grande Muraglia Qin. In questa zona di transito si muovevano soldati e civili che portavano con sé un solido bagaglio di pratiche funerarie e abitudini quotidiane. Il ritrovamento dimostra che l’alcol faceva parte della cultura materiale di queste comunità in espansione verso l’unificazione imperiale. Qualcuno decise che quel liquore meritava di accompagnare il defunto nel viaggio eterno, e sebbene l’archeologia moderna sconsigli un assaggio per via dei contaminanti tossici rilasciati dal bronzo corroso, il sigillo ha brillantemente superato la prova del tempo.
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