Fonte: Pexels
Nel 2024 un gruppo di ricercatori guidato da Almira Osmanovic Thunström, dell’Università di Göteborg, ha creato una finta patologia chiamata bixonimania. L’obiettivo era capire se i modelli linguistici avanzati fossero in grado di riconoscere la disinformazione o se la accettassero come reale.
La condizione non esiste nella medicina, ma è stata costruita con descrizioni apparentemente scientifiche e due studi completamente inventati. L’intento era mettere alla prova la capacità critica delle intelligenze artificiali di fronte a contenuti credibili ma falsi.
Il risultato è stato immediato e sorprendente. In poche settimane, diversi chatbot come ChatGPT, Gemini e Copilot hanno iniziato a citare la bixonimania come una vera patologia.
Le risposte includevano spiegazioni cliniche, cause legate alla luce blu e persino diagnosi basate su sintomi generici. Questo dimostra quanto i sistemi di intelligenza artificiale possano amplificare informazioni errate se presenti in fonti apparentemente affidabili.
Non solo le AI: anche alcuni ricercatori umani hanno citato la bixonimania in articoli scientifici, nonostante i segnali evidenti della sua natura fittizia. I testi originali contenevano dettagli volutamente assurdi, come università inesistenti e finanziamenti inventati.
Tra questi figuravano riferimenti a istituzioni come la “Starfleet Academy” o la “University of Fellowship of the Ring”, elementi pensati proprio per rendere il falso riconoscibile. Tuttavia, la mancanza di verifica ha permesso alla storia di circolare comunque.
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Secondo gli esperti, il caso evidenzia una fragilità strutturale dei modelli linguistici: la tendenza a elaborare e riproporre informazioni senza distinguere tra vero e falso. Come sottolineato da ricercatori nel campo della disinformazione, il rischio non è solo tecnologico ma anche umano. Quando i contenuti non vengono controllati con attenzione, anche un’invenzione evidente può trasformarsi in una “fonte” credibile, con conseguenze imprevedibili nella diffusione della conoscenza.
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