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C’è chi ha scritto una tesi, e chi oggi ne scriverebbe un’altra: quella sul pentimento. Secondo una ricerca di Indeed, il 30% dei lavoratori italiani cambierebbe facoltà se potesse tornare all’anno zero. Tra i più nostalgici delle scelte mancate, i giovani tra i 25 e i 34 anni, con un sonoro 34% di “rifarei tutto… ma meglio”. Gli over 55, invece, sembrano più in pace: forse perché l’università, per loro, è ormai archeologia personale.
Come spiega Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed, la disillusione delle nuove generazioni nasce dal disallineamento tra università e mondo del lavoro. In poche parole, studiare non garantisce più una rotta chiara, e il titolo accademico sembra parlare una lingua che le aziende non sempre capiscono.
Nonostante i rimpianti, la laurea resta un simbolo sociale forte. Solo il 22% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo universitario, contro una media OCSE del 42%. Siamo in compagnia del Messico in fondo alla classifica: non proprio una medaglia da esibire al collo.
Il 55% dei laureati ritiene che la propria laurea sia utile nel lavoro attuale, percentuale che sale al 65% tra chi guadagna oltre 35 mila euro. Gli altri, però, si chiedono se anni di esami e appelli non siano serviti solo a sviluppare una resilienza emotiva da ufficio post lauream.
Oggi, per trovare lavoro, non basta un titolo: servono le famose competenze trasversali. Lo confermano anche i recruiter: la laurea compare nel 42% degli annunci, ma a fare la differenza sono flessibilità, spirito di squadra, problem solving e pensiero critico. Insomma, il diploma vale, ma saper restare calmi davanti a una stampante bloccata vale di più.
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E mentre solo il 21% degli studenti italiani si laurea in discipline STEM, il Paese continua a fare i conti (male) con il suo ritardo digitale. Forse è il momento di aggiornare i programmi, o almeno di ammettere che, a volte, la vera materia da studiare è la realtà.
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