Cercasi “Third place” disperatamente: perché il divano e l’ufficio non ci bastano più

La sociologia del terzo posto tra il sogno di un bar di fiducia e la triste realtà dei nickname online

 

La nostra intera esistenza quotidiana sembra ormai tragicamente polarizzata tra le scadenze della casella di posta aziendale e il cuscino del divano del salotto, lasciando un vuoto immenso nel mezzo. Per colmare questo spazio di isolamento e ritrovare se stessi, i sociologi americani Ray Oldenburg e Dennis Brisset hanno coniato il concetto di Third place, definendo un luogo pubblico in cui fermarsi senza l’obbligo di dover produrre o dimostrare qualcosa. Si tratta di ambienti fondamentalmente neutri come un bar, un cinema, un parco o una piazza, spazi ideali per staccare temporaneamente la spina dalle performance quotidiane incontrando volti familiari o nuove conoscenze.

Il vero punto di forza di questa dimensione sociale non risiede unicamente nei confini fisici della struttura, ma nella piccola routine ci ha costruito sopra intere fortune narrative, basti pensare all’intramontabile bar Luke’s Diner condivisa che riesce a innescare stabilmente tra i frequentatori abituali. Ritornare sempre nello stesso luogo e incrociare le stesse facce fa nascere un autentico senso di appartenenza che non richiede ruoli precisi, non ha l’intimità della famiglia né le rigide regole dell’ufficio. Non a caso, la fiction televisiva all’interno della nota serie tv Una mamma per amica, dove i personaggi si incontrano, parlano, cambiano e fanno avanzare la storia.

Il bisogno di socialità reale contro l’illusione ottica dei social network

Negli schermi delle serie televisive questi spazi protetti appaiono caldi, accoglienti e pronti a ospitare le evoluzioni dei protagonisti, ma la realtà odierna si sta rivelando decisamente più complessa e avara di alternative. I giovani sono cresciuti ammirando questi dinamici centri di aggregazione sociale attraverso i media, ma oggi faticano a rintracciare un corrispettivo concreto nella propria vita di tutti i giorni. La diffusa mancanza di uno spazio neutro e autonomo in cui essere se stessi spinge moltissime persone a cercare una via di fuga alternativa per esprimere la propria identità personale.

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Interi gruppi di ragazzi si sono così trasferiti in massa sulle piattaforme web, provando a convertire i social network nel proprio spazio comune di aggregazione fuori dalle mura di casa e del lavoro. Il senso autentico di comunità rischia però di svanire inesorabilmente quando l’interazione viene filtrata e i volti un tempo rassicuranti vengono sostituiti da nickname di persone lontane. Senza un vero contatto visivo e l’abitudine dello sguardo, la ricerca del benessere psicologico fuori casa rischia di rimanere un’ambizione confinata dietro a uno schermo luminoso, dove il senso profondo di una comunità unita inevitabilmente si perde.

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