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Se pensavi che lo stress ti rendesse più sveglio e reattivo, è il momento di rivedere le tue certezze. Un team di ricercatori dell’Edith Cowan University ha passato al setaccio 17 studi internazionali per scoprire come lo stress acuto influisca sulle cosiddette “funzioni esecutive” del cervello. Il risultato? Meno genio, più confusione.
Le funzioni esecutive sono quelle che ci permettono di gestire la memoria a breve termine, frenare gli impulsi e adattarci alle situazioni. In pratica, sono il nostro telecomando mentale. Ma quando lo stress arriva come un fulmine a ciel sereno, il telecomando si scarica. E la cosa peggiora se già si soffre di depressione, ansia o disturbo borderline di personalità.
Secondo i ricercatori, chi vive con sintomi depressivi tende a perdere colpi sulla memoria operativa quando è sotto stress. Nei soggetti con disturbo borderline, invece, salta il freno inibitore. Insomma, non solo ci si sente sopraffatti, ma si rischia anche di agire in modo impulsivo.
Il punto è che queste fragilità non riguardano solo chi ha una diagnosi formale. Anche chi ha sintomi lievi può vedere le proprie capacità cognitive andare in tilt durante periodi di forte pressione. E qui il problema si complica, perché molti percorsi terapeutici si basano proprio su queste capacità mentali.
Prendiamo ad esempio la terapia cognitivo comportamentale, che insegna a ristrutturare i pensieri negativi. Funziona bene, certo, ma richiede attenzione, memoria, flessibilità. Se lo stress blocca questi meccanismi, la terapia rischia di diventare un esercizio inutile. È come cercare di fare yoga mentre qualcuno ti urla contro con un megafono.
Gli autori dello studio suggeriscono di adattare le terapie alla capacità reale del paziente di affrontarle in quel momento. Magari servirebbe rafforzare prima le funzioni esecutive o scegliere momenti meno critici per affrontare temi emotivamente intensi.
Una delle indicazioni più interessanti dello studio è che la risposta allo stress non segue un semplice interruttore acceso/spento. È una scala graduale. Anche chi non rientra nei criteri clinici di un disturbo può comunque vivere interferenze cognitive che compromettono il funzionamento quotidiano.
Il modello utilizzato dai ricercatori, chiamato HiTOP, raggruppa disturbi come depressione, ansia e borderline sotto l’etichetta comune di “distress disorders”. Questi condividono un elemento centrale: una reattività allo stress alterata. Cioè, quando servirebbe tenere la mente lucida, il cervello risponde… male.
Le implicazioni di questo studio vanno ben oltre il trattamento. Potrebbero aprire la strada a nuovi approcci di “mental health precision”, dove si monitora lo stato di stress tramite biomarcatori come il cortisolo o il battito cardiaco, decidendo così il momento più efficace per intervenire.
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Nel frattempo, una cosa è chiara: anche il cervello più organizzato può diventare disfunzionale sotto stress. Per questo, conoscere come reagisce la mente in questi momenti è il primo passo per rendere le terapie più efficaci e le persone più consapevoli. E magari, per imparare a prendersi una pausa prima di affrontare l’ennesima sessione terapeutica con il cervello in modalità “crash”.
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