Fonte: YouTube
Quando si parla di satira politica, si tende spesso a immaginarla come qualcosa riservato ai comici in tv o agli editorialisti più taglienti. E invece no: a volte basta una semplice mail di un cittadino per finire davanti ai giudici. È quello che è accaduto a un abruzzese che, nel pieno delle restrizioni del 2020, ha deciso di paragonare il suo sindaco al celebre Cetto La Qualunque, la caricatura di politico folkloristico inventata da Antonio Albanese. Un paragone che gli è costato un processo per diffamazione, poi approdato fino in Cassazione.
La Quinta sezione penale, dopo aver esaminato la vicenda con la proverbiale calma da Suprema Corte, ha emesso una sentenza chiara: nessuna diffamazione. L’appellativo, hanno spiegato i giudici, non è un attacco personale ma una forma di satira, per giunta legata a un personaggio notoriamente immaginario. Insomma, difficilmente qualcuno avrebbe creduto che il sindaco governasse con lo stesso entusiasmo tropicale del film.
Secondo gli ermellini, è vero che una figura politica ha diritto alla tutela della propria reputazione, anche quando si trova fuori dal rigidissimo protocollo istituzionale. Tuttavia questo diritto deve convivere con la libertà di espressione, soprattutto quando la critica riguarda la gestione della cosa pubblica. E le limitazioni alla critica politica, aggiunge la Corte, devono essere interpretate sempre con molta prudenza.
Nel caso specifico, chiamare il sindaco Cetto La Qualunque non è stato considerato un colpo basso, ma un modo colorito – e sì, pungente – di criticare il suo operato amministrativo. Non si voleva sputtanare l’uomo, ma punzecchiare l’amministratore. Tant’è che i giudici hanno visto nell’espressione un semplice “tono sferzante”, roba che nella storia politica italiana, a conti fatti, sembra quasi un complimento.
Leggi anche: Usi spesso l’ironia? Secondo la psicologia, c’è qualcosa dietro
Dalla sentenza emerge anche un elemento quasi sociologico: la Corte riconosce che certi riferimenti culturali, per quanto grotteschi, fanno ormai parte del linguaggio politico corrente. Evocare un personaggio immaginario, dicono i giudici, non può essere automaticamente considerato un insulto. E così l’imputato è stato assolto, con buona pace del sindaco e con la certezza – almeno per il momento – che la satira, anche via email, gode ancora di buona salute.
Share