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Da sempre affascinati dal fuoco, gli esseri umani hanno imparato a domarlo per cucinare, scaldarsi e illuminare le notti. Ma c’è un lato meno poetico: le scottature. A differenza di altri animali, che evitano le fiamme, noi le manipoliamo e talvolta ci bruciamo.
Secondo uno studio pubblicato su BioEssays, questa costante esposizione ha lasciato un’impronta nel nostro DNA, rendendoci più efficienti nella guarigione dalle ustioni. «Siamo i figli di chi, tra i nostri antenati, guariva più rapidamente dalle ustioni», spiegano gli autori dello studio.
I ricercatori hanno confrontato i genomi umani con quelli degli altri primati, concentrandosi su 94 geni attivi in caso di scottature. Ne hanno individuati nove che mostrano una selezione positiva, evolvendosi più rapidamente rispetto ai nostri cugini scimmieschi.
Geni come SERTM1, ISG15 e CDC6 si occupano di richiudere le ferite e difendere il corpo dai batteri. In un mondo senza antibiotici, anche una piccola ustione poteva diventare fatale, quindi chi guariva più velocemente aveva un vantaggio evolutivo.
Questi adattamenti però non sono infallibili. In caso di ustioni estese, la risposta rapida del corpo può diventare un problema: infiammazione eccessiva, insufficienza d’organo e cicatrici ipertrofiche sono effetti collaterali possibili.
Lo studio offre una prospettiva affascinante: in questo caso, non è stato l’ambiente naturale a plasmare la biologia umana, ma la cultura e le capacità tecnologiche. La capacità di usare il fuoco ha creato una nuova forma di selezione naturale, dove la tecnologia guida l’evoluzione.
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Il fuoco non è solo uno strumento di sopravvivenza, ma anche un maestro genetico. Ha forzato i nostri antenati a sviluppare geni più efficienti nella guarigione, ma con qualche sorpresa spiacevole quando l’ustione è più grave del previsto. Questa scoperta ci ricorda quanto strettamente siano intrecciati cultura e biologia nella storia umana, trasformando un elemento domestico in un potente motore di evoluzione.
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