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Ogni volta che un bambino mostra un talento precoce per la musica, la matematica o lo sport, in famiglia scatta l’immancabile e appassionata corsa alla paternità del merito. I genitori tendono a scrutinare ogni minimo atteggiamento del figlio, convinti che l’orecchio assoluto o l’abilità motoria siano il frutto diretto del proprio DNA. Si tratta di una combinazione complessa tra genetica pura, ambiente e percezioni personali, un mix di fattori che non sempre corrisponde alla realtà dei fatti.
Questa volta a mettere fine alle discussioni in salotto non è l’intuito dei parenti, ma una precisa analisi scientifica che da anni incuriosisce biologi, psicologi e genetisti. Secondo una ricerca pubblicata nel 2018 e ripresa dal blog scientifico Psychology Spot, l’intelligenza non deriverebbe affatto in egual misura da entrambi i genitori. Gli studiosi hanno individuato un legame genetico molto più forte con uno solo dei due componenti della coppia.
I dati emersi dalle analisi dimostrano che l’intelligenza viene ereditata principalmente dalla madre a causa del funzionamento dei geni condizionati. Queste particolari strutture portano un’etichetta biochimica capace di indicarne l’origine e l’attività nelle cellule. Alcuni geni risultano attivi solo se trasmessi per via materna, mentre se provengono dal padre restano del tutto inattivi; per altri tessuti avviene l’esatto contrario.
Nel caso specifico delle abilità cognitive, le evidenze scientifiche mostrano che i geni coinvolti si trovano prevalentemente nel cromosoma X, di cui la madre è portatrice in doppia copia. Questo fattore biologico aumenta drasticamente la probabilità che le strutture cerebrali legate all’intelletto vengano trasmesse dal lato materno, offrendo una spiegazione concreta a un dilemma generazionale.
Nonostante la netta superiorità del patrimonio genetico materno, la biologia ci ricorda che la trasmissione dell’intelletto non è una scienza esatta o una regola assoluta. Gli esperti del settore stimano infatti che la componente ereditaria pesi soltanto per circa il 50-60% del quoziente complessivo. Il codice genetico fornisce semplicemente la struttura di partenza, una sorta di potenziale grezzo da sviluppare nel tempo.
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Il resto del punteggio finale dipende interamente da fattori ambientali, educativi e sociali che circondano il bambino durante la crescita. In altre parole, il contesto in cui un individuo si sviluppa e le esperienze vissute giocano un ruolo altrettanto determinante rispetto al DNA. La scienza offre quindi una spiegazione affascinante, ma lascia una quota fondamentale all’influenza dell’educazione e della stimolazione quotidiana.
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