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Ci sono addii cordiali, con torte in sala riunioni e pacche sulle spalle, e poi ci sono addii che finiscono nelle aule di tribunale. Nel caso di un 45enne ferrarese, la sua uscita di scena dall’azienda non è stata esattamente una festa: più un saluto condito da osservazioni pungenti che hanno fatto sobbalzare presidente, vicepresidente e circa un centinaio di colleghi inclusi nella mailing list. La sua email, intitolata semplicemente “Saluti”, non lasciava spazio a interpretazioni troppo ottimistiche.
Nel messaggio il lavoratore spiegava di chiudere un capitolo durato sette anni e mezzo, aggiungendo che già il primo rinnovo gli era costato più entusiasmo del previsto. Proseguiva poi con un elenco di ciò che non gli sarebbe mancato: attrezzi mai disponibili, armadietti che non si chiudevano e una gestione del personale che, a suo dire, preferiva mantenere i dipendenti nell’ignoranza, pretendendo comunque risultati impeccabili. Il finale era rivolto ai colleghi: “Ricordo a chi come me è stanco che l’unico modo per trovare altro è cercare e non demordere”.
I vertici non hanno gradito la schiettezza e hanno deciso di passare alle maniere forti: querela per diffamazione aggravata. Visti i toni dell’email, ci si aspettava un procedimento più veloce di un inoltro automatico, ma la realtà è stata diversa. A distanza di quattro anni, il giudice ha stabilito che quelle parole erano sì poco gentili, ma rientravano nel diritto di critica.
Niente diffamazione, niente condanna. Secondo la magistratura, mancava l’elemento chiave per trasformare uno sfogo in un reato: l’attacco personale. Nessun nome, nessun fatto preciso attribuito a qualcuno, solo una valutazione generale e soggettiva dell’organizzazione aziendale.
L’avvocato Denis Lovison ha evidenziato come la genericità delle espressioni avesse salvato il suo assistito: “La genericità delle espressioni utilizzate, che non fanno nomi di colleghi né descrivono episodi specifici in modo dettagliato, conferma l’assenza di una volontà denigratoria mirata da parte del mio cliente”. Il caso è diventato una sorta di mini guida su come scrivere un’email di addio senza trasformarla in un boomerang.
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In Italia la critica è permessa se resta su binari controllati: si può discutere di processi, carenze organizzative e difficoltà operative, purché non si scivoli in offese dirette o accuse infamanti. Il lavoratore ferrarese, pur con un tono tutt’altro che zuccherino, ha rispettato questi confini. Morale? Prima di cliccare “invia”, chiedersi a chi si parla e come lo si fa può evitare spiacevoli deviazioni verso il tribunale.
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