Fa causa alla moglie dopo che lei si rifiuta di donargli il fegato per salvargli la vita

Quando la malattia mette alla prova anche il “per sempre”

 

Avevano poco più di trent’anni, due figli piccoli e una vita familiare apparentemente stabile. Tutto cambia quando all’uomo viene diagnosticata una rara patologia epatica, la cirrosi biliare primitiva. I medici sono chiari: senza un trapianto di fegato, la sua aspettativa di vita non supera l’anno. Inserito in lista d’attesa, il paziente può contare sull’aiuto economico dei genitori e sull’assistenza costante della moglie, presente durante cure e ricoveri.

La svolta sembra arrivare quando gli specialisti scoprono che la donna è un donatore ideale, con una compatibilità HLA superiore al 95 per cento. Una possibilità concreta di salvezza, almeno sul piano clinico.

Il rifiuto e la frattura familiare

La moglie, però, comunica ai medici e alla famiglia del marito di non poter affrontare l’operazione. Inizialmente parla di una forte fobia per aghi e strumenti chirurgici, spiegazione che provoca incredulità e tensioni. Il marito reagisce con sarcasmo e accuse, arrivando a sminuire le sue cure quotidiane. Anche i suoceri iniziano a fare pressione, insinuando che il rifiuto equivalga a lasciarlo morire. Quando ormai la situazione sembra senza via d’uscita, arriva un fegato da donatore in morte cerebrale. Il trapianto riesce e l’uomo supera la fase critica.

Dopo la guarigione, però, la vicenda prende una piega inattesa. L’uomo indaga sul passato medico della moglie e scopre che aveva già affrontato interventi e prelievi senza problemi. Messa alle strette, la donna ammette che la vera paura non era l’ago, ma il rischio di complicazioni chirurgiche che avrebbero potuto lasciare i figli senza madre. Non soddisfatto, il marito la porta in tribunale accusandola di abbandono malevolo e di aver violato i doveri coniugali.

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La sentenza e le conseguenze

I giudici respingono la causa, stabilendo che la donazione di organi è una scelta personale, tutelata dal principio di autonomia corporea, anche all’interno del matrimonio. La preoccupazione per il futuro dei figli viene ritenuta legittima e razionale. La storia si chiude con un divorzio consensuale. La donna ottiene l’affidamento dei bambini, continuando però a sostenere economicamente l’ex marito durante il recupero.

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