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In Francia anche le parole del diritto cambiano peso. L’Assemblea nazionale ha approvato all’unanimità un testo che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale, un concetto mai scritto nero su bianco nel codice civile ma spesso evocato nelle aule di tribunale.
Con 106 voti favorevoli e nessun contrario, i deputati hanno voluto chiarire un principio semplice: il matrimonio non comporta alcun obbligo di vicinanza fisica. Ora il testo passa al Senato, con l’obiettivo dichiarato di una promulgazione entro l’estate 2026.
Il codice civile francese prevede quattro obblighi derivanti dal matrimonio: fedeltà, assistenza materiale, sostegno e comunione di vita. Nessun riferimento esplicito all’intimità, eppure una giurisprudenza datata aveva finito per interpretare la comunione di vita come una sorta di comunione obbligatoria anche sul piano personale.
Negli ultimi anni, alcuni tribunali hanno basato sentenze di divorzio sul rifiuto di uno dei coniugi, spesso la moglie, di mantenere una relazione intima, considerandolo una violazione dei doveri matrimoniali. Una lettura che ha continuato a sopravvivere nonostante l’evoluzione sociale e giuridica.
Emblematico il caso deciso dalla Corte d’appello di Versailles nel 2019, che aveva accolto una richiesta di divorzio parlando di rifiuto continuo e grave degli obblighi del matrimonio. La donna coinvolta aveva poi fatto ricorso alla Corte di Cassazione, che aveva riconosciuto la violazione dei suoi diritti fondamentali. La vicenda è arrivata fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che il 23 gennaio 2025 ha condannato la Francia, spingendo il legislatore a intervenire in modo chiaro e definitivo.
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Il nuovo provvedimento specifica che la comunione di vita non implica alcun obbligo di intimità e stabilisce l’impossibilità di fondare un divorzio per colpa sull’assenza o sul rifiuto di vicinanza fisica. La proposta, sostenuta da oltre 120 deputati di schieramenti diversi, è stata presentata come uno strumento per contrastare una cultura giuridica che, secondo i promotori, ha finito per legittimare pressioni e costrizioni. Dopo il voto, la deputata ecologista Marie-Charlotte Garin ha dedicato il risultato a tutte le donne che si sono sentite obbligate contro la propria volontà, definendo il testo un punto di partenza per chiudere definitivamente questa pagina ambigua del diritto francese.
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