Stufi di lavorare? In Giappone si può andare in pensione a 85 anni

Lavorare più a lungo: la strategia per trattenere i senior

 

In Giappone la pensione non è più sinonimo di addio definitivo all’ufficio. Negli ultimi anni si è fatta strada una strategia che punta ad allungare l’età lavorativa fino a 85 anni. Il termine chiave è madogiwa-zoku, letteralmente “tribù vicino alla finestra”, espressione che descrive i lavoratori senior rimasti in azienda con ruoli più rappresentativi che operativi.

Fino a pochi anni fa il percorso era chiaro: a 60 anni si lasciava la posizione di vertice e si proseguiva per altri 5-10 anni con uno stipendio ridotto, poi pensione definitiva. Intorno al 2017 il governo nipponico ha iniziato a suggerire alle aziende un cambio di rotta per evitare di disperdere competenze, relazioni e contatti costruiti in decenni di carriera.

Esperienza preziosa o presenza ingombrante

L’idea di fondo era semplice: meno peso operativo, più valore consulenziale. Trattenere i lavoratori più esperti significa preservare reti di contatti strategiche e conoscenze difficili da trasferire rapidamente ai più giovani. In un Paese con un’età media elevata e una forte componente di consumatori over 65, la scelta sembrava coerente anche dal punto di vista economico.

Tuttavia, la teoria si è scontrata con la pratica. Un sondaggio del 2022 condotto dalla società di consulenza Shikigaku tra lavoratori tra i 20 e i 39 anni ha evidenziato diverse criticità. Quasi la metà delle aziende intervistate dichiarava la presenza di un madogiwa-zoku poco produttivo: pause frequenti, tempo trascorso a guardare nel vuoto, conversazioni non pertinenti o navigazione online.

Morale in calo e carichi in aumento

Secondo il sondaggio, il 60% dei giovani intervistati ritiene che queste figure abbassino il morale in ufficio, mentre il 49% afferma che il proprio carico di lavoro sia aumentato dalla loro introduzione. Un ulteriore elemento di tensione riguarda il sistema retributivo: in molte aziende giapponesi gli aumenti sono legati all’anzianità più che alle performance, creando malumori interni. Quella che doveva essere una soluzione per valorizzare l’esperienza senior rischia così di trasformarsi in un elemento di frizione generazionale.

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Il dibattito si inserisce in un contesto già delicato. Nel 2024 il Giappone ha registrato un record di karoshi, le morti legate all’eccesso di lavoro. Un dato che ha riacceso l’attenzione sui ritmi e sulle pressioni del sistema produttivo. Il nuovo governo guidato dalla premier Sanae Takaichi sta valutando un possibile allentamento dei limiti agli straordinari introdotti circa dieci anni fa. In questo scenario, il futuro del modello madogiwa-zoku appare incerto. Se l’obiettivo è rilanciare competitività ed efficienza, la permanenza in azienda fino a 85 anni dovrà dimostrare di produrre risultati concreti e non solo simbolici.

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