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Gli italiani e la grammatica hanno un rapporto complicato: un misto di grande amore e piccole fughe dal senso del dovere. Da un lato ci vantiamo di parlare una delle lingue più belle del mondo, dall’altro continuiamo a inciampare negli stessi errori, come se la tastiera avesse deciso di metterci lo zampino. Non è un caso che quasi 7 italiani su 10 battaglino ogni giorno con apostrofi, accenti e congiuntivi come se fossero boss di fine livello.
Il problema, dicono gli esperti, nasce anche dall’abuso di internet, delle abbreviazioni e di tutti quei neologismi che ci fanno credere che “tt” sia un modo accettabile per scrivere “tutto”. E mentre digitiamo in velocità, ecco spuntare perle come “qual’è”, “pultroppo” e “propio”, che ormai vivono nei commenti online meglio di molte specie protette.
A dominare la classifica degli strafalcioni c’è lui, il temuto apostrofo, responsabile del 62% delle gaffe. Non è semplice, certo, ma neanche così fantasioso: vuole ordine e coerenza. Poi c’è il congiuntivo, con cui gli italiani litigano da anni, dando vita a frasi come “spero che hai capito”, che fanno tremare sociologi e insegnanti. I pronomi seguono a ruota, insieme ai tempi verbali e all’eterna confusione tra C e Q che ci regala gioielli come “evaquare” o “profiquo”.
Gli errori non finiscono qui. Abbiamo il classico “ne o né”, la punteggiatura usata come se si stesse decorando un albero di Natale, e la disfida infinita tra “un po”, “un po’” e “un pò”, con quest’ultimo che continua a comparire ovunque nonostante sia sbagliato. Senza contare il dubbio amletico tra “e ed” o “a ad”, spesso risolto con una d eufonica piazzata a caso.
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Nel reparto degli strafalcioni originali spuntano chicche come “ceretta al linguine”, “salciccia”, “cortello” e l’uso della K al posto della C, una tendenza che fa imbufalire gli amanti della lingua. Per fortuna esistono metodi per migliorare: leggere regolarmente, riscoprire la scrittura a mano, ridurre il ricorso ai chatbot e persino allenarsi giocando, come con i book-game. Un modo semplice e divertente per ricordarsi che la nostra lingua merita attenzione e cura, anche quando la tentazione di scrivere “pultroppo” è forte.
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