Lavorare troppo potrebbe ucciderti: lo studio

Nuovo studio di OMS e OIL ha rivelato come lavorare per troppe ore potrebbe letteralmente ucciderti

 

C’è chi lo sostiene da sempre e chi ne ha fatto un vero e proprio mantra di vita: lavorare troppo può ucciderti. Oggi la conferma arriva dalla scienza e più in particolare da uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Durante il Covid-19 a causa del telelavoro la tendenza a “lavorare di più” si è accentuata. Ritrovandosi chiusi in casa e non avendo troppe alternative, molti hanno rinunciato a qualche ora di tempo libero per dedicarla al lavoro.

E mentre il posto fisso di 8 ore lavorative e il timbro del cartellino in uscita alle 18.00, si trasforma sempre più in un ricordo pre-pandemia, il numero di persone che lavora troppo sta aumentando giorno dopo giorno (oggi rappresenta circa il 9% della popolazione mondiale). La ricerca in questione ha rilevato rischi più elevati di cardiopatia ischemica e di ictus tra le persone che lavorano per molte ore (≥55 ore/settimana), rispetto alle persone che lavorano per ore standard (35-40 ore/settimana). Si è stimato che, solo nel 2016, 745.000 persone siano morte di infarto e problemi cardiaci connessi allo stress da lavoro (circa il 30% in più rispetto al 2000).

Morte a causa del lavoro: i paesi stacanovisti sono a rischio

Lo studio riporta che il 72% dei soggetti deceduti erano uomini di mezza età. Secondo lo studio, le persone maggiormente a rischio di morte a causa del lavoro, sono quelle del sudest asiatico e della regione del Pacifico occidentale (Cina, Giappone, Australia). D’altronde il dato non stupisce specie se consideriamo la fama da stakanovista di cui vanno fieri gli abitanti del paese del Sol Levante.

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“Arrivare a lavorare 55 ore alla settimana è un serio rischio per la salute, perché è associato a un rischio più alto del 35% di incorrere in ictus e del 17% di morire per un’ischemia cardiaca rispetto a chi lavora 35-40 ore alla settimana”, ha dichiarato Maria Neira, direttore del Dipartimento per l’Ambiente, il Clima e la Salute presso la WHO.

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