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Per anni abbiamo pensato che la grande rivoluzione del lavoro fosse il pigiama abbinato a una buona connessione Wi-Fi. Smart working, caffè in cucina e addio traffico: sembrava la svolta definitiva. Poi arriva la ricerca di Assolombarda e ADAPT e ci informa che la vera trasformazione non è dove lavoriamo, ma come il nostro tempo di lavoro genera valore. In altre parole, non basta contare le ore: bisogna capire cosa ci mettiamo dentro.
Il tema è stato presentato a RELIND 2025, un forum in cui imprese, sindacati e studiosi hanno messo sul tavolo una domanda semplice solo in apparenza: come si può superare il vecchio schema delle otto ore fisse e rendere l’orario un po’ più intelligente, sostenibile e, perché no, anche attrattivo?
La buona notizia è che qualcosa si muove. Marchi importanti sperimentano già la settimana corta, mentre altre aziende preferiscono orari personalizzabili, turni ripensati e organizzazioni più attente alla qualità della vita. Il motore di tutto questo è la contrattazione aziendale, che quando funziona riesce a modellare tempi e ritmi sulle esigenze reali di ciascun contesto.
Il tempo, insomma, non è più soltanto un confine da rispettare, ma uno strumento strategico. Le imprese che hanno introdotto modelli più flessibili raccontano di dipendenti più soddisfatti e produttivi, oltre a una maggiore capacità di attrarre talenti. Per i lavoratori, invece, il tempo torna a essere qualcosa che si negozia e che dà senso al modo in cui si vive la giornata.
Il rapporto individua quattro direzioni principali. La prima è una flessibilità che non sia rigida o imposta, ma adattabile. La seconda riguarda la necessità di regole chiare per smart working e telelavoro, così da evitare confusione e abusi. La terza mette in evidenza l’importanza del raccordo tra contratti nazionali e aziendali, per favorire innovazione invece che caos. Infine, la quarta punta sul dialogo tra imprese e sindacati, fondamentale per guidare il cambiamento organizzativo.
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Come sempre, non tutto fila liscio. Le PMI spesso fanno fatica a riorganizzare i turni, molti settori non possono permettersi vere forme di flessibilità e la digitalizzazione rischia di ampliare i divari tra chi lavora al pc e chi deve essere fisicamente presente. Nonostante questo, l’idea centrale resta chiara: il tempo non è più un costo da ridurre, ma un capitale da usare bene.
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