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Quando un cane ringhia al parchetto e, dall’altra parte della città, uno studente eccelle agli esami mentre combatte la tristezza, nessuno penserebbe a un legame genetico. Eppure la scienza ha deciso di rovinarci questa comoda distinzione. Un team guidato dalla dottoressa Eleanor Raffan dell’Università di Cambridge ha studiato oltre mille golden retriever scoprendo che una buona fetta dei geni che regolano il comportamento canino è condivisa con la nostra intelligenza, le nostre emozioni e perfino la depressione. Sì, a quanto pare non siamo così speciali.
Uno dei protagonisti è il gene PTPN1. Se in alcuni golden raddoppia le probabilità di aggressività verso altri cani, negli esseri umani è collegato alle prestazioni cognitive, ai risultati scolastici e alla vulnerabilità alla depressione. Un mix decisamente curioso: ciò che in un cane può far scattare un litigio, in un umano può sostenere un buon voto… o un umore non proprio scintillante.
Un risultato simile emerge per i cani che brillano nell’addestramento. Quelli più collaborativi presentano varianti dei geni ROMO1 e ADGRL2. Nel mondo umano ROMO1 è associato all’intelligenza, mentre ADGRL2 si lega alla sensibilità emotiva. Insomma, altro che “gli piace il biscottino”: i cani che imparano in fretta potrebbero essere i veri nerd della specie.
Il quadro si fa ancora più interessante quando entra in gioco la paura. I cani che tremano per i temporali o evitano gli sconosciuti condividono varianti genetiche con le nostre ansie, sbalzi d’umore e tendenza al rimuginio. Geni come ASCC3 e PRDX1 non badano alla specie: regolano la sensibilità emotiva sia nel cane che nell’umano. Questo suggerisce che un cane timoroso non stia semplicemente “esagerando”, ma viva una forma di ansia molto più profonda.
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Lo studio chiarisce anche un punto discusso: IGF1, il gene collegato alla taglia, nei golden non influisce su paura o aggressività ma solo sull’energia. I cani con la variante che li rende più grandi risultano meno energici, e non per questioni di peso. È una faccenda neurologica, non fisica. Il quadro generale è semplice: cani e umani condividono più meccanismi biologici di quanto vorremmo ammettere. E non perché il cane sia diventato improvvisamente un filosofo, ma perché le basi evolutive del comportamento sono molto più antiche e stabili di entrambe le nostre specie.
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