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Correre con il sole in faccia può essere piacevole. Ma farlo in mezzo a una distesa di sabbia rovente, senza un filo d’ombra e con la borraccia già tiepida dopo il primo chilometro? È tutta un’altra storia. Ci sono gare che non conoscono limiti, nemmeno quelli imposti dal buonsenso climatico. In certi casi, le temperature sfiorano i 50 gradi e l’asfalto sembra sciogliersi come burro in padella.
Partiamo dalla Badwater 135, che più che una corsa è un esperimento di sopravvivenza. Si svolge nella Death Valley e parte dal punto più basso degli Stati Uniti, a -85 metri sotto il livello del mare, per salire fino a 2.530 metri. La distanza? 217 chilometri da percorrere in massimo 48 ore. Si parte con il buio, ma il sole si fa sentire lo stesso: ogni partecipante deve avere un team di supporto personale, perché lungo il percorso non c’è nulla, se non la sabbia e i miraggi.
Chi ama la sabbia nelle scarpe dovrebbe provare la Marathon des Sables, nel Sahara marocchino. Sei tappe in autosufficienza per un totale di 240 chilometri nel deserto. L’acqua viene razionata come ai tempi delle carovane e ogni 10 chilometri c’è un checkpoint dove i runner possono recuperare qualche litro. Le temperature diurne superano i 40 gradi, di notte si scende anche sotto i 10. Il contrasto termico è solo uno dei tanti ostacoli, insieme alle tempeste di sabbia e alla totale assenza di ombra.
In Giordania, la Petra Desert Marathon offre meno chilometri ma più dislivelli. Si corre a settembre tra le rovine di Petra, patrimonio dell’umanità UNESCO. Il caldo è secco, ma costante, e la corsa si snoda tra paesaggi che sembrano più lunari che terrestri. I partecipanti devono essere pronti a scalare, sudare e meravigliarsi in contemporanea.
Più umida che torrida, la Maratona di Honolulu mette alla prova con afa e salite. Si corre a dicembre ma il clima resta quello delle Hawaii: tra il 30 e i 35 gradi con raffiche di vento e salite come quella del Diamond Head. Non è tra le più dure tecnicamente, ma l’umidità tropicale non perdona e la gestione dello sforzo è fondamentale per non arrivare stesi al traguardo.
Per chi vuole sfidare il proprio limite in quota, c’è l’Atacama Crossing in Cile. Sei giorni, 250 chilometri e un’altitudine che sfiora i 2.500 metri. Si tratta del deserto più arido del pianeta, con paesaggi da film di fantascienza, laghi salati, lava solidificata e sabbia ovunque. Il clima è spietato: di giorno si superano i 45 gradi, di notte si scende sotto i 10. Serve testa, gambe e un fegato ben allenato.
In Namibia si corre la Nabib Race, che fa parte del circuito Racing the Planet. Anche qui 250 chilometri in autosufficienza, con zaino in spalla e picchi di temperatura fino a 50 gradi. La tappa più lunga arriva a 70 chilometri e l’idea di trovare un’ombra diventa un sogno ricorrente dopo il primo giorno. Ogni scelta sbagliata si paga cara, anche solo indossare il tessuto sbagliato.
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Infine, se vi piacciono le emozioni forti, c’è la Jungle Marathon nel cuore della foresta amazzonica. Oltre 260 chilometri tra paludi, fiumi e animali che non aspettano altro che sorprendervi. Umidità sopra il 90% e temperature che sfiorano i 45 gradi. Il pericolo non è solo il caldo: qui si corre insieme a scorpioni, giaguari e qualche anaconda. In confronto, la Badwater sembra una corsetta in città. Chi decide di iscriversi a queste gare sa già che non vincerà per forza una medaglia. Ma potrà dire di aver sfidato il caldo più folle del mondo. E, forse, di essere sopravvissuto per raccontarlo.
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