Fonte: Pexels
Per anni Mangilal è stato una presenza fissa tra i profumi e il caos del Sarafa Bazaar di Indore, nello Stato indiano del Madhya Pradesh. Disabile, colpito dalla lebbra e privo di dita, si muoveva su una piccola piattaforma di legno con ruote, spingendosi lentamente tra i passanti. Non chiedeva nulla, non parlava con nessuno: lo sguardo basso e il silenzio facevano il resto.
Proprio quell’immobilità composta e sofferente spingeva molti a lasciargli monete e banconote. Una scena quotidiana che sembrava raccontare una storia di povertà estrema e sopravvivenza, almeno fino all’intervento delle autorità locali.
Nell’ambito di un piano per rendere Indore una città senza mendicanti, Mangilal è stato prelevato, lavato e interrogato dai funzionari. È lì che il racconto ha iniziato a cambiare tono. L’uomo avrebbe ammesso di guadagnare migliaia di rupie al giorno grazie alle offerte ricevute e di usare quel denaro non per vivere, ma per finanziare investimenti personali.
I controlli successivi hanno svelato un quadro inatteso: Mangilal non era affatto senza casa. Risultava proprietario di tre immobili, tra cui una casa di tre piani, una seconda abitazione e un appartamento ottenuto tramite un programma di assistenza pubblica.
Oltre agli immobili, l’uomo possedeva due risciò, affittati a terzi, e persino un’auto privata con autista stipendiato. Secondo quanto emerso, Mangilal avrebbe anche prestato denaro ai commercianti locali, applicando interessi, trasformando di fatto l’elemosina in capitale da reinvestire.
Leggi anche: “Il mendicante più ricco del mondo” ha un patrimonio di oltre 1 milione di dollari
Lo stesso mendicante ha cercato di difendersi spiegando di non chiedere nulla direttamente. “Sono le persone a mettere i soldi sul mio tavolo” avrebbe detto, consapevole che l’elemosina è illegale a Indore. Durante l’indagine è emerso inoltre che anche alcuni familiari partecipavano ad attività simili.
Share