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Capita a molti di fantasticare su un cambio di vita, magari mollando tutto e aprendo un chiosco di granite in riva al mare. Ma secondo un rapporto di Unobravo, per otto italiani su dieci l’idea di lasciare il lavoro non nasce da spirito d’avventura, bensì dallo stress. Non una sfumatura poetica, dunque, ma un semplice riflesso di sopravvivenza. Il campione di 1700 persone racconta un mondo del lavoro dove la cultura della performance sembra essersi infiltrata ovunque, un po’ come la sabbia quando si va al mare: la ritrovi anche dove non vorresti.
Per oltre il 66% degli intervistati, la sensazione dominante è quella di non essere mai abbastanza. Non abbastanza bravi, non abbastanza veloci, non abbastanza performanti. Una specie di gara continua in cui, a quanto pare, il premio è un bel senso di colpa, condiviso da più dell’80% dei partecipanti all’indagine. Questo senso di colpa, tra l’altro, non è nemmeno timido: spinge due terzi degli intervistati a mettere temporaneamente da parte sé stessi e ogni ingrediente della propria vita privata. Molti trovano un po’ di sollievo solo grazie al lavoro da remoto o alla modalità ibrida, che per il 58% ha ridotto almeno una parte dello stress.
Il lato fisico della questione non è più un mistero. Mal di stomaco, tachicardia e notti agitate entrano nella routine lavorativa di tanti, anche se parlarne apertamente sembra ancora complicato. Ben il 66% teme che ammettere un calo di produttività legato al malessere psicologico possa tradursi in penalizzazioni o, peggio, in un biglietto di sola andata verso il licenziamento. Non proprio un incentivo alla sincerità.
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Alla domanda su cosa cambierebbero del mondo del lavoro, la risposta più frequente riguarda stipendi più equi e maggiori riconoscimenti, richiesta avanzata da quasi il 62% del campione. Subito dopo arriva un altro desiderio piuttosto concreto: una maggiore attenzione alla salute mentale e alla sicurezza psicologica, indicata da oltre la metà degli intervistati. Quando la paura di non essere all’altezza diventa la normalità forse non si tratta più solo di stress. Ed è proprio questa normalizzazione che alimenta un legame tra identità personale e risultati lavorativi. Una dinamica che, alla lunga, rischia di far dimenticare che esiste vita anche al di fuori della performance.
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