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Entrare nel mondo del lavoro oggi in Italia è un po’ come aprire un forziere e trovare un buono pasto valido solo a giorni alterni. Secondo l’indagine dell’Inapp su 45.000 giovani, il 44% considera il lavoro come un semplice mezzo per guadagnare, il 29% lo vive come necessità, e solo il 26% lo usa per realizzarsi. La realtà? Contratti da 700-900 euro lordi a tempo determinato, affitti da capogiro e bollette che sembrano bolle di sapone pronte a scoppiare.
Gli stipendi non bastano a coprire le spese di base e i piani di crescita aziendale restano spesso un mistero. Studiare ingegneria e ritrovarsi a fare customer care a 3,50 euro l’ora non è più fantascienza: è quotidianità. Senza supporto familiare o contatti giusti, la scalata sociale resta più un’illusione che una possibilità concreta.
Per le giovani donne, conciliare lavoro e vita privata è un miraggio. La flessibilità promessa dalle aziende raramente coincide con quella reale, e il welfare aziendale quasi non esiste. In provincia o al Sud, la situazione peggiora: trasporti scarsi, connessioni limitate e lavori sottopagati costringono molti a restare fermi o a emigrare.
Qualche spiraglio di speranza arriva dalle aziende che cercano competenze e da proposte come il “nuovo patto generazionale”, che collega scuola, formazione e imprese. L’obiettivo? Evitare che i giovani accettino il primo lavoro disponibile e offrirgli percorsi coerenti con le proprie attitudini. Le riforme del lavoro giovanile e incentivi seri alle imprese potrebbero finalmente dare un senso alle giornate passate davanti al PC a fare tabelle e report.
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La Gen Z non è fannullona: ha solo perso la pazienza per lavori senza dignità e sottopagati. Il loro messaggio è chiaro: vogliamo rispetto, che significa giusto stipendio, percorsi chiari e possibilità di crescita. Solo così il lavoro tornerà a essere qualcosa di più di un modo per tirare avanti fino al prossimo affitto o caffè da 1,50 euro. Una generazione che chiede semplicemente di essere trattata come merita e di potersi costruire una vita anche fuori dall’ufficio.
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