Fonte: Pexels
Quando si perde una persona cara, la sofferenza è normale e di solito temporanea. Tuttavia, in alcune persone il dolore si cristallizza, dando vita al disturbo da lutto prolungato (PGD), riconosciuto dall’OMS nel 2018. Una recente revisione pubblicata su Trends in Neurosciences ha confrontato l’attività cerebrale di individui affetti e non affetti, svelando differenze sorprendenti.
Il nucleus accumbens, struttura chiave nei meccanismi di ricompensa, si accende nei soggetti con PGD davanti a foto o parole legate al defunto. Questo segnale indica un desiderio intenso e ossessivo per chi non c’è più, come se il cervello cercasse gratificazione solo nel dolore della perdita.
Allo stesso modo, amigdala e ippocampo destro, responsabili di memoria ed emozioni, reagiscono alle immagini della persona scomparsa ma si inattivano davanti a stimoli positivi, come paesaggi o momenti sereni. La mente resta quindi bloccata sul lutto, incapace di provare emozioni positive al di fuori della perdita.
Questo spiega perché alcune persone, nonostante il tempo che passa, non riescono a tornare a sorridere. Il cervello rimane intrappolato in un ciclo di dolore, con ricompense e gratificazione condizionate esclusivamente al ricordo della persona amata.
Sebbene non esista ancora un criterio diagnostico basato su scansioni cerebrali, questi studi aiutano a comprendere i meccanismi neurali alla base del PGD. Conoscere le reti coinvolte potrebbe permettere di prevedere chi rischia di sviluppare il disturbo e guidare interventi terapeutici mirati, aiutando a sciogliere il blocco cerebrale del lutto.
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La ricerca sottolinea come il dolore patologico non sia solo emotivo ma anche neurobiologico, e apre la strada a strategie che possano ridare al cervello la capacità di provare gioia al di fuori del ricordo della perdita.
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