Storia del suicidio eteroindotto

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Decisi di entrare in Polizia a 10 anni. Fu una decisione viziata dalla sofferenza. Una sofferenza che una bambina di quell’età non dovrebbe mai provare.

Tornavo da scuola quel giorno e, girata la chiave dentro la serratura, avvertii un insolito silenzio. “Papà” chiamai.

Papà” ripetei, gridando ancora più forte. Terrorizzata, mi feci strada per il salotto e lo vidi.  Mio padre era accasciato sul divano; l’odore del sangue fresco era ancora distinguibile dalle mie narici. Un foro di pallottola in mezzo alla fronte mi cacciò un urlo di disperazione dalla gola, ma a poco servirono le mie lacrime. Stetti con lui per mezz’ora, provando a rianimarlo com schiaffi e pugni: non c’era nulla che io potessi fare. Chiamai il 911 e questi vennero repentinamente. Visionarono la scena del crimine esaminandola in ogni dettaglio, prelevando campioni, fotografando ogni angolo di ogni stanza.

Cercarono senza successo di tranquillizzarmi dicendomi che lo avrebbero preso, che avrebbero catturato il maledettissimo assassino; purtroppo non mi fecero più sapere niente da quel giorno.
Più grande realizzai che un uomo, un uomo crudele, un criminale era rimasto impunito e girava a piede libero per le strade della mia città. Avrebbe potuto fare male ai miei amici, ai miei vicini, ai miei conoscenti.

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