Vilkuar – L’evocato

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Dopo l’ennesima notte di eccessi e peccati Mike stava tornando a casa barcollando, trascinandosi lungo il marciapiede.

Una scia di odore intenso di alcool lo accompagnava lungo l’intera tratta, mentre il sole cominciava a sorgere. Gli effetti dell’ecstasy e dell’lsd che aveva ingerito durante la nottata non erano ancora svaniti, in quelle condizioni, il quartiere malfamato in cui abitava sembrava ancor più sinistro e oscuro di quanto non lo fosse normalmente. Lo smog, l’aria rarefatta, i rifiuti lungo i lati della strada, i senzatetto rovesciati sull’asfalto e i grandi palazzoni grigi, trasmettevano la sensazione di essere all’interno di un inferno di cemento. Quella zona dava l’impressione di essere uno di quei luoghi in cui non ci sì può nè entrare, nè uscire. Lì ci si nasce e ci si muore.

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Mikè apri a fatica la porta della fatiscente abitazione, mormorando sottovoce varie blasfemità per via della serratura difettosa. La casa era trasandata, disordinata ed emanava un forte odore di chiuso. Il frigo era completamente vuoto, sul pavimento erano riversi resti di cibo, confezioni di yogurt, buste di patatine e scatolame di varia natura. Bottiglie di birra rotte, una pipa per fumare crack, qualche grammo di hashish sul tavolo della cucina e pasticche di ecstasy: casa di Mike era un luogo di libidine assoluta per un drogato. L’uomo si tolse maglietta e pantaloni, rimanendo in boxer, dopodichè si accasciò sul materasso sfornito di qualsiasi lenzuolo.

Il sonno arrivò dopo pochi minuti.

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