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Sempre più persone provano ansia, disgusto o semplice disagio nei confronti della natura, e non si tratta solo di chi urla davanti a un ragno. Uno studio condotto da Lund University e University of Tokyo ha analizzato quasi duecento ricerche e lancia un campanello d’allarme: la biofobia potrebbe diventare un problema sociale ed ecologico.
Tra il 4% e il 9% della popolazione mondiale soffre di fobie specifiche verso animali, ma un numero ancora maggiore evita semplicemente di passeggiare nei parchi o di fare escursioni. Questa fuga dalla natura non è innocua: riduce il benessere mentale e indebolisce il legame con l’ambiente, minando il supporto alle iniziative di conservazione.
La maggior parte degli studi si concentra su mammiferi e ragni, trascurando specie innocue come anfibi, insetti o piccoli uccelli. Eppure l’avversione crescente sembra estendersi anche a creature che non rappresentano alcun pericolo. Secondo i ricercatori, la paura è alimentata da fattori psicologici individuali, ma anche da influenze culturali, familiari e mediatiche.
Social media e notizie negative amplificano l’ansia: un articolo su un attacco di orso o uno squalo cattura più attenzione di esperienze positive in natura. Questo rinforza l’idea che gli spazi verdi siano minacciosi, creando un circolo vizioso in cui meno si esce all’aperto, più cresce il timore verso il mondo naturale.
Il problema non riguarda solo il benessere individuale. Chi evita la natura è più incline a sostenere la caccia o l’abbattimento di specie percepite come pericolose e partecipa meno a iniziative di conservazione. Il ciclo auto-rinforzante può allargarsi di generazione in generazione, con effetti culturali e ambientali duraturi.
I ricercatori sottolineano che la maggior parte degli studi osserva le persone in un singolo momento, rendendo difficile capire quanto velocemente la biofobia stia crescendo. Servono indagini longitudinali e geograficamente più ampie, soprattutto fuori dall’Europa, per capire come paura e disconnessione dalla natura evolvano e come intervenire in tempo.
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Per spezzare il ciclo, serve contatto frequente e positivo con l’ambiente naturale, programmi educativi e comunicazione che riduca la paura e valorizzi esperienze sicure all’aperto. Solo così la prossima generazione potrà godersi parchi, foreste e spiagge senza guardare ogni foglia come un nemico. La natura, insomma, non è l’avversario da temere: il vero pericolo è dimenticarla.
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