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Scordatevi la classica divisione tra chi preferisce le serate a lume di candela con il proprio divano e chi invece si rigenera soltanto nei parchi affollati di persone e decibel. Esiste un terzo tipo, molto meno chiacchierato ma decisamente interessante: gli otroversi. Non sono un incrocio tra introversi ed estroversi, né una via di mezzo diplomatica. È un modo di essere tutto loro, identificato dallo psichiatra Rami Kaminski nel suo libro “Né introversi né estroversi”.
Gli otroversi, a differenza di gran parte dell’umanità, non percepiscono alcun sacro brivido quando si tratta di appartenere a un gruppo. Che si parli di squadre sportive, club selettivi, partiti politici o comitati di quartiere, per loro è tutto un grande «grazie, ma passo». Riti d’iniziazione, simboli, giuramenti? Solo parole. Non perché siano freddi o incapaci di legami, ma perché il loro radar emotivo non si lascia affascinare dall’alchimia collettiva.
Secondo Kaminski, questa caratteristica è tutt’altro che strana: nasciamo tutti otroversi, prima che l’infanzia faccia il suo lavoro di cucitura identitaria, assegnandoci a gruppi, squadre, appartenenze più o meno spontanee. Un destino comune, insomma, da cui alcuni però restano felicemente liberi.
E questa libertà porta benefici notevoli. Il primo è l’originalità. Non avendo un coro di riferimento a cui adeguarsi, l’otroverso pensa e crea senza filtri esterni. Nessun bisogno di capire «cosa diranno gli altri», perché gli altri non rappresentano un’autorità emotiva. Risultato: idee spesso fresche e indipendenti, non contaminate dal classico pensiero del gregge.
Il secondo vantaggio è l’indipendenza emotiva. Non dipendere da un gruppo significa non temerne il rifiuto. L’autostima non ha bisogno di voti, conferme o applausi. Così gli otroversi costruiscono relazioni autentiche, non basate su etichette comuni ma sulla reale sintonia con l’individuo.
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La storia, ricorda Kaminski, è piena di menti libere da appartenenze emotive: pensatori capaci di riconoscere le derive collettive molto prima degli altri. Viene citato George Orwell, un esempio perfetto di sensibilità indipendente, spesso un passo avanti rispetto ai fanatismi del suo tempo. Ecco dunque il ritratto dell’otroverso: una persona che non ha bisogno di una tribù per sapere chi è, e che osserva il mondo con una lente tutta sua, pulita dalle distorsioni del gruppo. Una caratteristica rara, ma tutt’altro che incomprensibile.
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