Studio sulle parole senza senso rivela una strana connessione tra i suoni delle parolacce e la memoria

I suoni “da parolaccia” sono pessimi per la memoria

 

Capita spesso di ricordare dettagli inutili e dimenticare cose essenziali. Ma cosa succede quando anche le parole inventate decidono di farci un dispetto? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Vienna ha provato a capirlo costruendo dodici parole totalmente senza senso, ma con un obiettivo molto serio: scoprire se il suono, da solo, può aiutare o ostacolare la memoria. E sì, a quanto pare le sillabe possono essere più dispettose di quanto immaginassimo.

Theresa Matzinger e David Košić hanno seguito una logica semplice: alcuni suoni, soprattutto quelli bruschi come “k”, “t” e “g”, compaiono spesso nelle parolacce o nei termini con significato negativo. Altri, invece, come “l”, “s” e “m”, scorrono più dolcemente e sono associati a parole più piacevoli. Così hanno creato parole come “clisious” per la squadra dei buoni e “gruhious” per quella dei cattivi, poi hanno chiesto a 100 madrelingua inglesi di memorizzarle. Un passatempo insolito, ma efficace.

Suoni morbidi battono suoni duri

Il risultato è stato piuttosto netto: le parole costruite con suoni morbidi sono state ricordate nel 53% dei casi, quelle con suoni più aggressivi solo nel 36%. Insomma, se un termine fittizio suona come una parolaccia, la memoria decide di tenerlo a distanza di sicurezza. Curiosamente, nessuno di questi termini aveva un significato reale: è stato il suono, da solo, a fare tutto il lavoro.

Eppure, le cose si complicano quando si guarda alla parte “estetica”. Secondo vecchie teorie linguistiche, i suoni più dolci dovrebbero sembrare anche più belli. Peccato che i partecipanti non siano stati d’accordo. A vincere sono state le parole neutre, quelle che non puntavano né al “bello” né al “brutto”. Un capolavoro di moderazione sonora.

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Perché i suoni duri non restano in memoria?

Le spiegazioni, per ora, restano speculative. Una ipotesi riguarda la meccanica dei suoni duri: richiedono chiusure brusche del tratto vocale e interrompono il flusso, forse rendendoli meno facili da archiviare. Un’altra rimanda al simbolismo sonoro: certe consonanti evocano sensazioni negative, anche in assenza di significato. Se un suono ci fa una cattiva impressione, magari la memoria non si impegna troppo. Lo studio non pretende di aver risolto il mistero, ma mostra che anche le sillabe senza senso hanno una personalità. E quando suonano troppo “cattive”, la memoria sembra preferire farsela scivolare via.

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