Odi ballare alle feste? Non sei asociale, la colpa è della genetica e del cervello

Hai solo i geni sbagliati: come la scienza giustifica chi preferisce il divano alla pista da ballo

 

A un certo punto della serata la musica si alza e il solito amico, mosso da un entusiasmo quasi religioso, ti trascina verso la pista. Ci si aspetta che il tuo corpo si attivi all’istante, trasformandosi in una creatura sinuosa e coordinata. Per molti, però, quel momento si traduce in una rigidità improvvisa, braccia geometriche e un cervello che lavora alla velocità di una centrale elettrica. La psicologia e la scienza, fortunatamente, corrono in soccorso di chi si sente un armadio spinto giù dalle scale, dimostrando che il disagio da discoteca ha radici biologiche e ambientali ben precise.

Ascoltare il beat, prevederlo e tradurlo in movimento non è affatto immediato come vogliono farci credere. Uno studio di Nature Human Behaviour condotto su oltre 606mila individui ha dimostrato che la sincronizzazione ritmica ha una base genetica complessa. Gli scienziati hanno isolato 69 loci associati a questa capacità, stimando un’ereditarietà del 13-16%. Chi resta a bordo pista, insomma, non sta necessariamente facendo il musone per posa intellettuale. Probabilmente sta solo calcolando i movimenti per evitare il trenino guidato da un parente molesto, trasformando il divertimento in una vera e propria prestazione d’esame.

L’illusione dei riflettori accesi e il dramma del sovraccarico sensoriale

Il vero nemico di chi non danza, però, risiede spesso nei meccanismi ingannevoli della nostra mente. Subentra infatti il fenomeno psicologico dello spotlight effect, che ci fa sovrastimare l’attenzione altrui. Questo meccanismo fa credere che ogni passo falso da fenicottero anestetizzato sia monitorato da una giuria invisibile. La realtà è decisamente più rassicurante e quasi comica: mentre noi sudiamo freddo per un movimento di bacino azzardato, gli altri invitati sono troppo concentrati sul proprio livello di scioltezza, sulla playlist discutibile o sul sapore del prosecco caldo.

Oltre ai filtri mentali, bisogna fare i conti con l’ambiente circostante, che per molti individui risulta semplicemente ostile. Una festa è un concentrato di stimoli pesanti come luci intermittenti, caldo e rumore. Chi soffre di una forte sensibilità sensoriale non percepisce i decibel come energia, ma come un vero e proprio muro invalicabile. Anche il gusto personale gioca il suo ruolo: si può amare la musica in solitudine nel proprio salotto, ma restare totalmente gelidi di fronte alla hit commerciale del momento scelta da un cugino fin troppo motivato.

Il diritto di viversi la festa senza dover agitare le braccia

Dire che a una persona non piace ballare è quindi un’affermazione fin troppo generica e superficiale. Spesso il rifiuto è legato esclusivamente a un determinato contesto, alla pressione sociale o alla mancanza di un partner di cui ci si fidi ciecamente. C’è chi esprimerebbe la propria corporeità solo al buio, e chi invece preferisce partecipare alla socialità conversando o tenendo il tempo con il piede. Il divertimento non dovrebbe mai essere un copione obbligatorio che divide gli invitati in simpatici spontanei e rigidi asociali.

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Il corpo umano merita rispetto e non può essere costretto a eseguire compiti forzati sotto luci artificiali. Esistono modi alternativi e altrettanto dignitosi di abitare una festa, che includono l’osservazione, le chiacchiere e le pause per respirare. Se la pista non fa per te, non si tratta di un difetto del carattere o di una colpa da espiare. Può dipendere da fattori ereditari, imbarazzo o semplice sovraccarico. Si può stare al mondo, e persino a una festa, senza la necessità di agitare gli arti per dimostrare di essere vivi.

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