Denuncia il cinema per “tortura psicologica” per i 25 minuti di pubblicità prima del film: vince

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Denuncia il cinema per “tortura psicologica” per i 25 minuti di pubblicità prima del film: vince

| 29/08/2025
Fonte: Pexels

25 minuti di spot al cinema? Scatta la causa per “tortura psicologica” e il giudice gli dà ragione

  • Un uomo indiano è rimasto 25 minuti davanti a spot pubblicitari prima dell’inizio del film
  • Il biglietto indicava le 16:05, ma la proiezione è iniziata molto dopo
  • Ha denunciato la sala per “tortura psicologica” e danni personali
  • Il giudice ha condannato il cinema a pagare 55.000 rupie in totale
  • Il caso ha fatto discutere anche fuori dall’India, Italia inclusa

 

Quante volte ti è capitato di entrare puntuale al cinema, sederti con pop corn e bibita, e dover sopportare un’infilata di spot pubblicitari che sembrano non finire mai? Ecco, ad Abhishek MR, trentenne indiano, è successo lo stesso. Solo che lui non ha sbuffato in silenzio: ha fatto causa. E l’ha pure vinta.

La scena si è svolta in una sala della PVR Inox, la più grande catena multisala dell’India. Il biglietto riportava le 16:05, ma per 25 minuti non si è visto nemmeno l’ombra del film. Solo spot su telefoni, automobili e prodotti per la casa. Niente trailer, niente anticipazioni. Solo una lunga attesa a base di marketing spinto.

Risarcimento per pubblicità forzata: una vittoria simbolica

Stanco di sentirsi ostaggio degli inserzionisti, Abhishek ha portato la questione in tribunale, denunciando la sala per “tortura psicologica” e danni causati dal ritardo. Il giudice gli ha dato pienamente ragione, obbligando il cinema a pagare 50.000 rupie (circa 500 euro) per il tempo perso e 5.000 rupie (circa 50 euro) per la sofferenza inflitta dalla pubblicità forzata.

La motivazione del tribunale non lascia spazio a interpretazioni: “Venticinque o trenta minuti sono un lasso di tempo considerevole per starsene seduti inerti a guardare pubblicità inutili. Le persone con programmi serrati non hanno tempo da perdere”. Più chiaro di così.

Pubblicità al cinema: quanto può durare prima di diventare un abuso?

Il cinema ha provato a difendersi sostenendo che si trattava di “spot di interesse pubblico”. Ma il giudice ha rilevato che si trattava di normali annunci commerciali, senza alcuna utilità sociale. Il caso ha sollevato un ampio dibattito anche fuori dall’India, toccando un nervo scoperto in molti paesi, compresa l’Italia.

Non è raro che nelle sale italiane l’inizio effettivo del film slitti anche di venti o trenta minuti. Per alcuni è fastidioso, per altri è diventato ormai un rituale da sopportare. Ma la sentenza indiana cambia le carte in tavola: potrebbe aprire la strada a nuove riflessioni legali sul tempo degli spettatori.

Il tempo è denaro, anche al cinema

Nel mondo in cui il tempo è sempre più prezioso, nessuno gradisce l’idea di essere bloccato in una sala buia per guardare pubblicità non richieste. Non siamo davanti a un capriccio, ma a una questione concreta di rispetto per il tempo altrui. Abhishek ha dimostrato che si può passare dall’indignazione alla denuncia vera e propria, ottenendo un riconoscimento formale.

La causa ha creato un precedente importante e, sebbene non vincolante per altri paesi, è diventata un simbolo per chi vorrebbe finalmente vedere rispettato l’orario indicato sul biglietto. O, almeno, limitare gli spot a una durata umanamente tollerabile.

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Guardare un film, non una maratona di spot

In fondo, gli spettatori vanno al cinema per vedere un film, non per uscire con in testa lo slogan di un nuovo smartphone. Eppure, la linea tra trailer di interesse e pubblicità sfiancante è sempre più sottile. Grazie ad Abhishek, ora quella linea è diventata un po’ più chiara. Chissà che anche in Italia non si inizi a considerare lo “spreco di tempo” un motivo valido per richiedere un risarcimento. O quantomeno, per iniziare a contare i minuti… ma quelli del film, non della pubblicità.

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