Quando l’aerofobia diventa incompatibile con le trasferte
- Un metalmeccanico di Bologna è stato licenziato perché si è rifiutato due volte di andare negli USA in aereo per motivi di aerofobia
- L’uomo aveva spiegato la sua paura e presentato un certificato medico, ma datato e giudicato non sufficiente dal tribunale
- Il licenziamento è stato ritenuto legittimo perché il rifiuto di partire ha violato gli obblighi contrattuali e il rapporto fiduciario con l’azienda
- L’operaio aveva impugnato il provvedimento con il sostegno dei sindacati, ma la giudice Maria Luisa Pugliese ha confermato la legittimità dell’azienda
- Secondo il tribunale, il rifiuto di avviare la pratica per il passaporto e le trasferte non aveva motivazioni valide e configurava insubordinazione
A Bologna un metalmeccanico ha scoperto sulla propria pelle che dire “ho paura di volare” alla propria azienda non è esattamente un biglietto per la comprensione. L’uomo si è rifiutato per due volte di partire per una trasferta negli Stati Uniti, dove doveva recarsi insieme ad altri colleghi per affari con una ditta americana. La sua giustificazione? Una sincera e profonda paura di volare, accompagnata da un certificato medico.
Peccato che il tribunale non abbia condiviso questa visione romantica del volo come trauma personale. La giudice Maria Luisa Pugliese ha definito il certificato datato e insufficiente, e il rifiuto di partire come insubordinazione. Di fatto, il licenziamento è stato confermato, lasciando il nostro protagonista a terra, senza passaporto e senza lavoro.
La rottura del rapporto fiduciario con l’azienda
Secondo la sentenza, il problema non era la paura in sé, ma il mancato rispetto degli obblighi contrattuali e la rottura del rapporto fiduciario. La società aveva chiesto più volte di avviare le pratiche per il passaporto e prepararsi alla trasferta, ma l’operaio ha rifiutato senza fornire documentazione aggiornata o valutazioni specialistiche. In pratica, la sua aerofobia è stata giudicata troppo generica per giustificare la mancata esecuzione delle mansioni.
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Nonostante l’intervento dei sindacati, la sentenza di primo grado ribadisce un concetto semplice: la paura non basta se si tratta di lavoro. L’episodio mette in luce il delicato equilibrio tra esigenze aziendali e limiti personali, e ricorda che in certe situazioni il detto “chi ha paura resta a terra” può diventare più concreto di quanto si pensi. L’operaio bolognese ha imparato la lezione nel modo più duro: nel mondo del lavoro, la paura di volare non è una carta vincente. Certificati vecchi, mancata preparazione e rifiuti reiterati portano a conseguenze reali. Tra trasferte e business internazionale, il tribunale ha parlato chiaro: l’aerofobia non salva dal licenziamento, ma sicuramente insegna a controllare ansie e biglietti aerei con anticipo.

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