Quando la macchinetta diventa un caso giudiziario
- Un dipendente bresciano è stato licenziato per aver preso il resto non erogato da una macchinetta del caffè
- L’importo contestato era di circa un euro e sessanta centesimi
- Il Tribunale di Brescia ha giudicato il licenziamento del tutto sproporzionato
- L’azienda è stata condannata a pagare 18 mensilità di indennizzo
- Il lavoratore non ha chiesto la reintegrazione e ha accettato il risarcimento
A volte basta una pausa caffè per far deragliare un rapporto di lavoro lungo anni. È quanto accaduto a Brescia, dove un dipendente di un’azienda locale si è visto licenziare per giusta causa dopo un episodio legato a un distributore automatico. Una vicenda minima nei fatti, ma diventata un caso giudiziario tutt’altro che banale.
Tutto nasce nel giugno 2024. Durante una pausa, l’uomo acquista un caffè ma la macchinetta non restituisce il resto, pari a 1 euro e 60 centesimi. Il giorno successivo, all’arrivo del tecnico addetto alla manutenzione, il lavoratore recupera le monete. Un gesto che innesca una discussione con un collega, convinto che il denaro fosse stato preso senza autorizzazione, e che porta alla segnalazione al responsabile del personale.
Il licenziamento e le accuse contestate
Dopo circa due settimane arriva il provvedimento più severo: licenziamento per giusta causa. Secondo l’azienda, il dipendente si sarebbe appropriato indebitamente del denaro “approfittando della distrazione” dell’operatore dei distributori automatici. Nel fascicolo compaiono anche presunte minacce a un collega, elemento che avrebbe aggravato la posizione del lavoratore.
Accuse che però non hanno retto al vaglio del Tribunale di Brescia. Il giudice del lavoro ha ritenuto la contestazione sulle minacce generica e non dimostrata, anche sulla base delle testimonianze raccolte. Un collega ha infatti descritto il comportamento dell’uomo come sgarbato, ma non minaccioso.
La decisione del Tribunale di Brescia
Quanto all’episodio del resto del caffè, il Tribunale ha evidenziato che non è stato possibile accertare se vi fosse o meno il consenso del tecnico alla restituzione delle monete. In ogni caso, non sono emerse conseguenze negative per l’azienda, né un danno economico concreto.
Per questi motivi, il giudice ha definito il licenziamento “del tutto sproporzionato” rispetto ai fatti contestati. Pur riconoscendo concluso il rapporto di lavoro, il Tribunale ha condannato l’azienda a versare all’ex dipendente 18 mensilità di indennizzo.
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Risarcimento sì, reintegro no
Un dettaglio non secondario: il lavoratore, con oltre 14 anni di anzianità, non ha chiesto di essere reintegrato in azienda. Ha scelto invece di accettare l’indennizzo stabilito dal giudice, chiudendo definitivamente la vicenda. Una storia che dimostra come, anche sul posto di lavoro, la linea tra disciplina e eccesso di severità possa essere sottile. E come, a volte, una macchinetta del caffè possa finire al centro di una sentenza.

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