Una birra come vaccino? L’idea shock del virologo che divide la scienza

Commenti Memorabili CM

Una birra come vaccino? L’idea shock del virologo che divide la scienza

| 09/03/2026
Fonte: Pexels

Tra laboratorio e boccale, l’esperimento sul poliomavirus BK che accende il dibattito

  • Un virologo statunitense ha sviluppato una birra contenente lievito ingegnerizzato per stimolare anticorpi contro il poliomavirus BK
  • Il vaccino è stato testato su topi e poi dallo stesso ricercatore, senza seguire i protocolli ufficiali
  • Il poliomavirus BK è innocuo per la maggior parte delle persone ma rischioso per i pazienti trapiantati
  • La comunità scientifica critica l’autosperimentazione e l’assenza di studi clinici su larga scala
  • Il ricercatore valuta di vendere il prodotto come integratore alimentare per aggirare le regole sui vaccini

 

Immunizzarsi senza aghi, siringhe o ambulatori, ma con un boccale in mano. È da questa immagine volutamente spiazzante che nasce la birra-vaccino ideata dal virologo statunitense Chris Buck, un progetto che mescola biotecnologia, autosperimentazione e una buona dose di provocazione.

Buck ha sviluppato una bevanda contenente lievito geneticamente modificato capace di stimolare la produzione di anticorpi contro il poliomavirus BK, un patogeno molto diffuso e normalmente innocuo. Dopo i test sui topi, il ricercatore ha deciso di provarla su se stesso e su alcuni familiari, dichiarando di non aver osservato effetti collaterali.

Il poliomavirus BK e i rischi per i trapiantati

Il poliomavirus BK vive silenziosamente nell’organismo della maggior parte delle persone, restando inattivo nei reni e nelle vie urinarie. I problemi emergono quando il sistema immunitario è compromesso, come nei pazienti sottoposti a trapianto di rene e in terapia immunosoppressiva.

In questi casi il virus può riattivarsi e danneggiare l’organo trapiantato. L’idea di Buck è quella di aumentare i livelli di anticorpi prima del trapianto, riducendo il rischio di complicanze. Un obiettivo clinicamente rilevante, ma perseguito con modalità che hanno sollevato più di un sopracciglio.

Dal laboratorio al boccale: come funziona il “vaccino”

La tecnologia alla base del progetto è tutt’altro che improvvisata. Buck utilizza un gene del virus che codifica una proteina dell’involucro, capace di autoassemblarsi in particelle simili al virus ma non infettive. Queste particelle insegnano al sistema immunitario a riconoscere il patogeno senza rischi diretti.

Il gene viene inserito in un plasmide e poi trasferito nel Saccharomyces cerevisiae, il lievito usato per produrre la birra. Il risultato è una bevanda contenente lieviti vivi che trasportano le particelle virali innocue, potenzialmente in grado di stimolare una risposta immunitaria.

Burocrazia, etica e fiducia nella scienza

Il punto critico non è tanto la tecnologia, quanto il metodo. Il progetto non ha seguito gli iter regolatori previsti per i vaccini, né studi clinici controllati sull’uomo. Un preprint basato sull’autosperimentazione è stato bloccato da un comitato etico dei NIH, alimentando le critiche. Secondo diversi virologi, tra cui Michael Imperiale e Bryce Chackerian, la sicurezza non può essere data per scontata, soprattutto quando si parla di pazienti vulnerabili.

Leggi anche: La birra più forte del mondo fai intorpidire la lingua [+VIDEO]

Buck, dal canto suo, valuta di commercializzare il prodotto come integratore alimentare, sostenendo che ciò che si può mangiare non debba per forza essere considerato un farmaco. Una scorciatoia legale che rende la sua birra-vaccino ancora più discussa, e che riporta al centro una domanda tutt’altro che banale: dove finisce l’innovazione e dove inizia il rischio per la fiducia nella scienza.

Copyright © 2018 - Commenti Memorabili srl
P. IVA 11414940012

digitrend developed by Digitrend