Giocare a padel costa il posto, ma non sempre la causa è persa
- Una lavoratrice di Ferrara è stata licenziata per giusta causa dopo essere stata vista giocare a padel durante la malattia
- L’azienda aveva contestato il comportamento ritenendolo incompatibile con lo stato di salute dichiarato
- Il Tribunale di Rovigo ha stabilito che l’attività sportiva non ha aggravato le condizioni né ritardato la guarigione
- Il giudice ha definito il licenziamento sproporzionato e illegittimo
- La lavoratrice non verrà reintegrata ma riceverà un risarcimento pari a 18 mensilità
Una partita a padel durante la malattia può costare cara, ma non sempre quanto sembra. È il caso di una lavoratrice cinquantenne di Ferrara, caporeparto in un supermercato in provincia di Rovigo, licenziata per giusta causa dopo essere stata sorpresa in palestra mentre praticava sport durante un periodo di assenza per motivi di salute.
Il provvedimento dell’azienda era stato immediato: prima la sospensione, poi il licenziamento. Una decisione drastica, maturata nonostante i 27 anni di servizio della dipendente, che ha scelto di impugnare la decisione davanti al giudice del lavoro.
Il tribunale ridimensiona il licenziamento
La vicenda ha preso una piega diversa in tribunale. Il giudice ha infatti stabilito che il comportamento della lavoratrice non giustificava una sanzione così severa. Secondo quanto emerso durante il procedimento, la donna aveva giocato a padel al di fuori degli orari previsti per la visita fiscale.
Soprattutto, l’attività sportiva non ha avuto effetti negativi sulla sua condizione fisica. Le certificazioni mediche e le testimonianze hanno confermato che le indicazioni dei medici riguardavano l’astensione dal sollevamento di pesi, non lo stop totale a qualsiasi attività fisica.
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Quando la sanzione è considerata eccessiva
Il punto centrale della sentenza riguarda la proporzionalità della misura disciplinare. Il giudice ha definito il licenziamento sproporzionato e illegittimo, sottolineando come il comportamento della lavoratrice non abbia compromesso né la guarigione né gli obblighi legati alla malattia. Questo ha portato all’accoglimento parziale del ricorso. Una decisione che riconosce l’errore dell’azienda, ma senza arrivare alla reintegrazione nel posto di lavoro. La conclusione del caso è un equilibrio tra torto e ragione. La lavoratrice non tornerà in azienda, ma otterrà un risarcimento economico significativo: 18 mensilità di stipendio. Una soluzione che conferma l’illegittimità del licenziamento, senza però ripristinare il rapporto lavorativo.

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