Le persone più intelligenti sanno davvero più cose sul vino? Uno studio su 525 persone ha provato a scoprirlo
- Uno studio pubblicato il 7 agosto 2026 ha analizzato il rapporto tra intelligenza e conoscenza del vino
- La ricerca di Maximilian Krolo e Timothy C. Bates ha coinvolto 525 persone con un’età media di 43,15 anni
- I partecipanti hanno svolto test cognitivi e risposto a 68 domande a scelta multipla sul vino basate su materiali per il WSET Level 2
- La capacità cognitiva è risultata associata alla conoscenza enologica con β = 0,31, anche tenendo conto dell’esperienza professionale nel settore
- Lo studio mostra una correlazione e non dimostra che conoscere il vino renda più intelligenti, né che un quiz enologico possa sostituire un test del QI
Ci sono domande scientifiche che sembrano nascere dopo anni di riflessioni teoriche, e poi ce ne sono altre che immagini formulate davanti a un calice: le persone più intelligenti sanno davvero più cose sul vino?
Maximilian Krolo della Saarland University e Timothy C. Bates della University of Edinburgh hanno deciso di non lasciare la questione alle discussioni da enoteca e l’hanno trasformata in uno studio vero. Il risultato è Bright People Know More About Wine, pubblicato sulla rivista Intelligence & Cognitive Abilities e successivamente rilanciato dalla Saarland University.
Prima di mettere in fresco lo spumante per festeggiare il proprio quoziente intellettivo, però, conviene chiarire immediatamente il punto fondamentale. Lo studio ha trovato un’associazione tra capacità cognitiva e conoscenza del vino. Non dimostra che bere vino renda intelligenti, che studiare il Barolo faccia aumentare il QI o che chi ordina «quello della casa» debba essere accompagnato al più vicino test cognitivo. È una correlazione, non una prova di causalità.
Intelligenza e conoscenza del vino: 525 persone hanno affrontato test cognitivi e 68 domande ispirate al WSET Level 2
Krolo e Bates hanno reclutato attraverso la piattaforma Prolific 525 partecipanti, 257 donne e 268 uomini, con un’età media di 43,15 anni. La raccolta dei dati è avvenuta online attraverso Qualtrics e i test sono stati suddivisi in due sessioni, una dedicata alle capacità cognitive e una alla conoscenza enologica.
Per misurare quest’ultima, i ricercatori hanno preparato 68 domande a risposta multipla, ciascuna con quattro alternative e una sola risposta corretta. Gli item erano adattati da materiali pubblicamente disponibili destinati alla preparazione del WSET Level 2 Award in Wines, una qualificazione internazionale utilizzata sia da professionisti del settore sia da appassionati.
Non si trattava, quindi, del classico «questo vino sa di frutti rossi o del mobile della nonna?». Le domande riguardavano viticoltura, produzione, vitigni, regioni, vini spumanti e fortificati, conservazione, servizio e abbinamenti. Tra gli esempi riportati nello studio compare persino la domanda su cosa contenga principalmente la polpa di un acino d’uva oppure su quale sia la corretta sequenza delle fasi nella produzione della maggior parte dei vini rossi.
La capacità cognitiva è stata invece valutata utilizzando tre sottoscale dell’International Cognitive Ability Resource (ICAR): nove item sulle serie di lettere e numeri, undici esercizi di ragionamento con matrici geometriche e sedici item di ragionamento verbale. I punteggi sono stati combinati in un indice composito di capacità cognitiva, standardizzato nel campione con media 100 e deviazione standard 15.
I ricercatori non si sono fermati qui, perché altrimenti avrebbero corso il rischio di scoprire una cosa piuttosto rivoluzionaria: chi lavora col vino tende a sapere più cose sul vino.
Hanno quindi considerato anche l’esperienza professionale nel settore enologico. Tra i partecipanti, 458 dichiaravano di non aver mai lavorato nell’industria del vino; altri avevano differenti livelli di esperienza, da mansioni in vigneti, importazione e distribuzione fino alla vendita e alle qualificazioni professionali. Krolo e Bates hanno inoltre registrato le abitudini di consumo: 131 partecipanti erano astemi, 152 dichiaravano di bere soprattutto birra e 238 soprattutto vino. Alcune persone non avevano risposto a queste domande.
Ed è qui che arriva il risultato interessante. La capacità cognitiva prevedeva significativamente il punteggio ottenuto nelle domande sul vino, con β = 0,31, intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,22 e 0,39 e p < 0,001. Considerata da sola, l’intelligenza spiegava il 9,4% della variabilità nelle prestazioni al test enologico.
La relazione non spariva introducendo l’esperienza lavorativa nel settore. Nel modello che comprendeva quest’ultima, la capacità cognitiva rimaneva un predittore significativo della conoscenza del vino con β = 0,31; anche l’esperienza professionale risultava associata positivamente ai punteggi, con β = 0,17.
È emerso inoltre un particolare interessante: capacità cognitiva ed esperienza professionale interagivano tra loro. L’interazione aveva β = 0,14 e p = 0,005. In sostanza, l’associazione tra intelligenza e conoscenza enologica risultava più forte nelle persone con maggiore esposizione professionale al settore. Chi combinava capacità cognitive più elevate ed esperienza specifica tendeva a ottenere i risultati migliori.
Bere prevalentemente vino era a sua volta associato a una maggiore conoscenza enologica, ma il consumo personale non modificava significativamente la relazione tra capacità cognitiva e conoscenza. Nel modello complessivo, che teneva conto sia dell’esperienza professionale sia delle abitudini di consumo, la capacità cognitiva rimaneva associata al risultato con β = 0,31. Il modello spiegava complessivamente il 17,8% della varianza nei punteggi.
L’idea nata nelle vigne e il limite da non dimenticare: conoscere bene il vino non è un test alternativo del QI
La scelta del vino non è arrivata pescando un argomento a caso da un cappello insieme a «filatelia» e «formaggi francesi». Krolo è personalmente appassionato e collezionista di vino e ha partecipato più volte alla vendemmia in Francia e Germania. Proprio in quelle occasioni racconta di aver incontrato persone provenienti da contesti molto diversi che avevano sviluppato spontaneamente conoscenze enologiche approfondite. Da quelle osservazioni sarebbe nata l’idea di utilizzare il vino come campo di prova per studiare l’acquisizione di conoscenze specialistiche.
L’obiettivo scientifico, infatti, andava oltre il vino. È noto da tempo che le capacità cognitive sono associate, per esempio, al rendimento scolastico e alle prestazioni in lavori complessi. Krolo e Bates volevano verificare se una relazione analoga comparisse anche in un settore di conoscenza molto specifico, generalmente assente dai programmi scolastici e privo, per chi non ci lavora, di evidenti ricompense professionali o economiche. In altre parole: se nessuno vi aumenta lo stipendio perché sapete dove cresce il Malbec, perché alcune persone accumulano comunque più conoscenze di altre?
Secondo l’interpretazione proposta dagli autori, i risultati sono compatibili con l’idea dell’intelligenza generale come capacità che facilita l’acquisizione e l’organizzazione di informazioni complesse. Il vino rappresenta un terreno curioso ma adatto: richiede di apprendere classificazioni, vitigni, aree geografiche, metodi produttivi e stili differenti, mettendo insieme parecchi tasselli senza che arrivi necessariamente un professore a interrogarci il lunedì mattina.
Krolo sottolinea inoltre un aspetto pratico. Secondo il ricercatore, l’esperienza professionale può offrire un apprendimento più strutturato: si incontrano ripetutamente determinati vini, occorre classificarli e si ricevono correzioni e feedback. Per questo, sostiene Krolo, degustazioni e attività formative potrebbero lasciare un’impronta maggiore quando vengono organizzate sistematicamente invece di limitarsi a presentare «una bottiglia dopo l’altra».
Lo stesso Krolo interpreta i risultati anche come un modo per ridimensionare l’immagine un po’ aristocratica della cultura enologica: conoscere il vino non sarebbe una misteriosa dote concessa alla nascita insieme al foulard, al decanter e alla capacità di dire «sentori minerali» senza ridere. È un insieme strutturato di conoscenze che può essere appreso.
Restano però limiti importanti. Il test utilizzato dai ricercatori era ricavato dal programma WSET Level 2, ma non era l’esame ufficiale e certificato WSET. Lo studio non ha inoltre valutato la componente della degustazione: riconoscimento sensoriale, memoria olfattiva e discriminazione percettiva potrebbero coinvolgere capacità differenti rispetto alla conoscenza teorica misurata dalle 68 domande.
Soprattutto, la ricerca è trasversale e correlazionale. Krolo e Bates possono osservare che, nel loro campione online di 525 persone, punteggi cognitivi più elevati erano associati mediamente a una maggiore conoscenza enologica. Non possono dimostrare da questo studio un rapporto causale né trasformare il test sul vino in un surrogato del QI.
Quindi no: non distinguere un Bordeaux da un Tavernello non significa essere poco intelligenti. E conoscere a memoria vitigni e denominazioni non consegna automaticamente le chiavi del Mensa.
Lo studio, semmai, racconta qualcosa di più interessante e meno spendibile come vanteria durante l’aperitivo: le differenze nelle capacità cognitive sembrano essere associate anche alla quantità di conoscenze specialistiche che accumuliamo in ambiti che scegliamo di approfondire senza l’obbligo della scuola o la promessa di una promozione.
Il vino, in questa ricerca, è soprattutto un piccolo laboratorio culturale per osservare come impariamo. Anche se bisogna riconoscere a Krolo e Bates un certo talento nella scelta dell’argomento: se proprio devi reclutare 525 persone per studiare l’intelligenza, almeno evita di farlo parlando esclusivamente di matrici geometriche.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://doi.org/10.65550/001c.165719
- https://www.wsetglobal.com/qualifications/wset-level-2-award-in-wines/
- https://www.eurekalert.org/news-releases/1141413
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