ADHD negli adulti, uno studio mostra che non tutti i sintomi vengono vissuti allo stesso modo

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ADHD negli adulti, uno studio mostra che non tutti i sintomi vengono vissuti allo stesso modo

| 28/09/2026
@AI generated

Uno studio su 335 adulti con ADHD mostra che iperattività e impulsività si associano a percezioni più positive della diagnosi

  • Lo studio ha coinvolto 335 adulti con ADHD in tre campioni indipendenti
  • I sintomi di iperattività e impulsività si associavano stabilmente a una visione più positiva dell’ADHD
  • Per la disattenzione l’associazione era tendenzialmente opposta, ma meno costante
  • I ricercatori hanno misurato percezioni soggettive, non eventuali “superpoteri” cognitivi
  • La scala utilizzata è nuova e dovrà essere ulteriormente verificata e affinata

 

Avere più sintomi di ADHD non significa necessariamente percepire la propria condizione in modo peggiore. Anzi, tra gli adulti con una maggiore presenza di iperattività e impulsività succedeva con una certa regolarità il contrario: erano proprio loro a riconoscere più facilmente nella propria ADHD caratteristiche positive come energia, creatività, flessibilità e resilienza.

È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Attention Disorders da Gili Katabi della Tel Aviv University insieme a Merav Huss, Steve Lukito, Tycho J. Dekkers, Edmund Sonuga-Barke e Nitzan Shahar. I ricercatori hanno lavorato con tre gruppi indipendenti, per un totale di 335 adulti con diagnosi di ADHD.

La distinzione conta parecchio perché l’ADHD non si presenta allo stesso modo in tutte le persone. Come ricorda anche il National Institute of Mental Health statunitense, i sintomi possono riguardare soprattutto disattenzione, soprattutto iperattività e impulsività oppure entrambe le dimensioni. Per un adulto possono significare dimenticare appuntamenti e perdere continuamente oggetti; per un altro sentirsi perennemente in movimento, interrompere le conversazioni o avere difficoltà ad aspettare il proprio turno. Stessa sigla, vita quotidiana decisamente meno fotocopiata.

Tre gruppi di adulti mostrano la stessa associazione tra iperattività, impulsività e una percezione più positiva della propria ADHD

Per misurare qualcosa di piuttosto difficile da infilare in una casella, cioè come una persona guarda alla propria ADHD, il gruppo ha costruito una nuova scala chiamata Positive Attitudes Toward ADHD Scale, o PATAS.

Le domande nascono da temi già comparsi nelle ricerche qualitative: creatività, pensiero divergente, flessibilità cognitiva, energia, resilienza, curiosità, autenticità e sensibilità agli stimoli. I partecipanti dovevano indicare quanto riconoscessero queste caratteristiche nella propria esperienza.

Il primo campione comprendeva 84 giovani adulti israeliani con una diagnosi documentata di ADHD. Il secondo ne comprendeva 125, sempre in Israele, sottoposti anche a un’intervista clinica strutturata per verificare che soddisfacessero ancora i criteri diagnostici; le persone con consumo elevato di alcol o cannabis venivano escluse. Il terzo gruppo era formato da 126 adulti anglofoni reclutati online e residenti in 24 Paesi diversi.

Tutti hanno compilato anche la Adult ADHD Self-Report Scale, che misura la frequenza dei sintomi di disattenzione e di iperattività/impulsività nei sei mesi precedenti.

Guardando inizialmente alla quantità complessiva di sintomi, i ricercatori hanno trovato qualcosa che non si aspettavano: in tutti e tre i campioni, più sintomi tendevano ad accompagnarsi a una visione più favorevole dell’ADHD.

Separando però le due dimensioni, il risultato è diventato molto più interessante. L’iperattività e l’impulsività mostravano una relazione positiva con l’atteggiamento verso la propria condizione in tutti e tre i campioni. Per la disattenzione compariva invece una tendenza verso percezioni meno positive, ma il risultato non era uniforme: nel secondo gruppo, per esempio, questa associazione negativa non emergeva con chiarezza.

Il gruppo ha fatto anche un controllo aggiuntivo su 35 partecipanti, misurando la soddisfazione generale per la propria vita. Il legame con iperattività e impulsività rimaneva, suggerendo che il risultato non fosse semplicemente l’effetto di persone mediamente più contente che assegnavano voti alti a qualsiasi cosa, ADHD compresa.

Qualche precedente, del resto, c’era. Una ricerca qualitativa pubblicata nel 2018 aveva intervistato adulti con ADHD che descrivevano tra i propri punti di forza energia, pensiero divergente, coraggio e resilienza. Nel 2024, uno studio quantitativo su 694 adulti della popolazione generale britannica aveva trovato associazioni tra maggiori tratti ADHD e livelli più elevati di iperfocus, flessibilità cognitiva e sensibilità nell’elaborazione degli stimoli.

Vedere qualcosa di positivo nella propria ADHD non dimostra che quei sintomi producano davvero creatività, energia o migliori capacità cognitive

Qui serve una distinzione che impedisce allo studio di trasformarsi nel solito catalogo dei “superpoteri dell’ADHD”, genere che sui social gode di una salute impressionante.

La PATAS misura quello che le persone pensano della propria condizione. Non verifica con test comportamentali se siano effettivamente più creative, resilienti, flessibili o rapide nel trovare soluzioni. Una persona può percepire la propria irrequietezza come energia utile e questa esperienza ha valore in sé, però non equivale alla dimostrazione sperimentale di un vantaggio cognitivo. Gli stessi autori insistono su questa differenza.

Ci sono inoltre limiti piuttosto concreti. La nuova scala si basa sull’autovalutazione e può quindi risentire del modo in cui ciascuno interpreta e racconta i propri sintomi. Alcuni comportamenti iperattivi possono forse essere più facili da reinterpretare positivamente: l’irrequietezza può diventare “energia”, la ricerca continua di stimoli può assomigliare a curiosità. Dimenticare continuamente dove si sono lasciate le chiavi offre, diciamo, meno materiale per una campagna di rebranding.

Gli autori riconoscono anche un problema nella costruzione dello strumento: molte domande della PATAS sembrano rappresentare meglio caratteristiche legate all’iperattività e all’impulsività. Mancavano, per esempio, domande sull’iperfocus, esperienza frequentemente riportata dalle persone con ADHD e che avrebbe potuto modificare il risultato relativo alla disattenzione.

Serviranno quindi studi con osservazioni esterne, valutazioni di familiari o clinici e misure comportamentali, oltre a ricerche su bambini e adolescenti. I dati attuali riguardano soltanto adulti e non permettono neppure di capire come queste percezioni cambino nel tempo.

Il dato più solido è molto meno scintillante di un elenco di talenti nascosti, ma probabilmente più utile: adulti con la stessa diagnosi possono costruire un rapporto molto diverso con la propria ADHD a seconda dei sintomi che sperimentano. E per capire come stanno davvero, chiedere soltanto se “hanno l’ADHD” rischia di dire parecchio meno di quanto sembri.

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