Gregorio IX non ordinò di sterminare i gatti: il Medioevo ha già abbastanza problemi senza inventarne altri
- Gregorio IX cita davvero un gatto nero nella Vox in Rama del 1233
- Il documento descrive un presunto rito ereticale, ma non ordina di uccidere i gatti
- Nel Medioevo i felini erano anche animali domestici e utilissimi contro i roditori
- Non esistono prove di una grande campagna ecclesiastica di sterminio voluta dal pontefice
- Il collegamento diretto tra presunti massacri di gatti, aumento dei ratti e peste nera nasce quindi senza il suo passaggio fondamentale
Nel giugno del 1233 un gatto nero entra davvero in un documento di papa Gregorio IX. È enorme, secondo il racconto cammina all’indietro con la coda sollevata e gli adepti di una presunta setta eretica gli baciano il posteriore. Diciamo che, come materiale di partenza per una leggenda sul Medioevo, non gli manca niente: papa, Satana, sesso rituale e gatto nero col sedere per aria. Manca soltanto un dettaglio piuttosto ingombrante: Gregorio IX non ordina mai di uccidere i gatti.
Eppure la storia continua a circolare nella versione con tutti gli optional. Il Papa avrebbe dichiarato guerra ai felini, soprattutto quelli neri; la Chiesa ne avrebbe favorito lo sterminio; senza gatti i topi si sarebbero moltiplicati e, un secolo più tardi, avrebbero accolto la peste nera praticamente stendendole il tappeto rosso.
È una costruzione narrativa meravigliosamente efficiente. Peccato per quel vizio antipatico delle fonti storiche di non collaborare. Alessandro Barbero ne parla da anni e nel 2022 portò il caso anche a Superquark. Il metodo proposto è di una semplicità quasi sovversiva per internet: prendere il documento e leggerlo.
La Vox in Rama parla davvero di un gatto nero e di un rito ereticale
La Vox in Rama è una lettera pontificia inviata nel giugno 1233 nell’area tedesca, tra gli altri all’arcivescovo di Magonza, al vescovo di Hildesheim e all’inquisitore Corrado di Marburgo. Il testo latino è conservato nei registri pontifici ed è consultabile anche nella banca dati APOSCRIPTA dell’Institut de recherche et d’histoire des textes.
Gregorio IX riferisce l’esistenza di una nuova eresia e ne descrive il presunto rituale di iniziazione con una quantità di dettagli che oggi farebbe felice uno sceneggiatore horror. Prima compare un rospo. Poi un uomo pallido e scheletrico. Più avanti arriva il famoso gatto nero, venerato dagli adepti durante la cerimonia. Seguono accuse di rapporti sessuali rituali, profanazione dell’Eucaristia e culto di Lucifero.
Insomma, il documento non è esattamente una favola della buonanotte.
Il gatto però svolge un ruolo dentro il racconto del rito. Non viene indicato come animale da eliminare. Nel testo non compare alcun ordine di ammazzare i gatti, neri, bianchi, tigrati o con pretese cromatiche più originali. L’azione richiesta riguarda gli uomini accusati di appartenere alla setta.
Per arrivare dalla creatura simbolica presente in una descrizione diabolica a una campagna europea contro Felis catus serve quindi un passaggio aggiuntivo. E quel passaggio non lo compie Gregorio IX.
Il Medioevo cristiano conosceva certamente una simbologia negativa del gatto. Il felino poteva rappresentare inganno, eresia, comportamento furtivo e perfino il demonio. La ricerca storica racconta però una situazione molto meno ordinata: lo stesso animale poteva essere sospetto nelle rappresentazioni religiose e utilissimo appena attraversata la porta di casa.
Un lavoro della University of Birmingham ha descritto proprio questa doppia natura del gatto medievale: cacciatore di topi apprezzato nella vita quotidiana e creatura capace di assumere significati decisamente meno rassicuranti sul piano simbolico.
Le due cose, evidentemente, riuscivano a convivere. Del resto anche il rospo compare nella Vox in Rama, eppure nessuno sembra aver dedicato particolare energia alla leggenda della grande crociata pontificia contro i rospi. Evidentemente avevano un ufficio stampa peggiore.
I gatti medievali vivevano anche nei monasteri
L’Ancrene Wisse, manuale inglese del XIII secolo destinato alle donne che avevano scelto la vita religiosa da anacorete, imponeva regole severe sul possesso degli animali. Bestiame no, animali da compagnia nemmeno. Poi arrivava l’eccezione: un gatto.
La prescrizione medievale recita “ne schulen habbe na beast bute cat ane”: in sostanza, nessun animale tranne un gatto. Una concessione curiosamente specifica per una società che, secondo la leggenda online, avrebbe dovuto essere impegnata a farli sparire dalla faccia del continente.
La spiegazione è molto meno spettacolare e molto più concreta. Case, granai, cucine, conventi e città avevano roditori. I gatti li cacciavano con notevole efficienza e senza pretendere stipendio, ferie, tredicesima o riunioni motivazionali.
I felini compaiono anche nell’iconografia medievale. Il Getty Museum conserva, per esempio, un manoscritto inglese datato intorno al 1250-1260 con gatti intenti a cacciare topi. Altri manoscritti mostrano animali che inseguono roditori, rubano cibo, giocano o semplicemente occupano lo spazio domestico con quella particolare convinzione di esserne i proprietari che, a quanto pare, ha attraversato indenne circa otto secoli.
Questo non trasforma ovviamente il Medioevo in un gigantesco cat café. A Cambridge gli archeologi hanno trovato in un pozzo i resti di decine di gatti medievali macellati, scuoiati e in alcuni casi probabilmente consumati. Studi più recenti hanno documentato anche lo sfruttamento delle pellicce feline nel Portogallo medievale.
I gatti potevano quindi essere animali utili, compagni domestici, risorse economiche, vittime di maltrattamenti e simboli religiosi. Tutto contemporaneamente. Mille anni di storia tendono ad avere questa brutta abitudine: rifiutarsi di stare comodi dentro un meme. Continua invece a mancare la grande campagna ecclesiastica di sterminio ordinata da Gregorio IX.
E qui comincia a traballare anche il seguito: meno gatti, più ratti, peste nera. La Vox in Rama risale al 1233; la grande peste raggiunse l’Europa dal 1347, oltre un secolo dopo. Tra le due date servirebbe almeno la prova dell’enorme eliminazione dei felini che dovrebbe collegare causa ed effetto. Quella prova non c’è.
Una bella catena causale, prima o poi, ha bisogno anche degli anelli. C’è poi un ultimo dettaglio, molto meno macabro. Nell’italiano antico “gatta” poteva indicare l’animale indipendentemente dal sesso. Lo registra Treccani e lo ricorda anche l’Accademia della Crusca: un po’ come oggi diciamo “la tigre” senza procedere prima a un accurato controllo anatomico.
Il maschile gatto esisteva già. Il Tesoro della Lingua Italiana delle Origini ne registra attestazioni fin dalla fine del XII secolo. “Gatta” poteva però avere anche quella funzione generica oggi quasi scomparsa.
Se nella storia medievale dei gatti vogliamo proprio trovare un cambio di sesso, quindi, quello grammaticale è documentato molto meglio dello sterminio.
La leggenda su Gregorio IX continua a funzionare perché usa ingredienti autentici. C’è davvero un papa. C’è davvero una lettera. C’è davvero un gatto nero associato a Lucifero. Poi qualcuno aggiunge la condanna dei felini, i massacri, i topi e la peste, e il pacchetto diventa irresistibile. Poi si apre la Vox in Rama. Il gatto è ancora lì, col sedere per aria. L’ordine di sterminarlo, invece, continua ostinatamente a non trovarsi.

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- https://telma-chartes.irht.cnrs.fr/aposcripta.php/26666
- https://www.treccani.it/vocabolario/gatta2/
- https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/ma-alce-e-istrice-sono-nomi-maschili-o-femminili/21187
- https://iris.cnr.it/retrieve/ed104a95-a225-44af-95cb-fd3bed51e031/prod_324017-doc_98138.pdf
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