Il teatro d’improvvisazione può allenare empatia e collaborazione negli adolescenti, e senza neanche dare loro un copione
- Uno studio dell’Università di Ginevra ha seguito 292 studenti tra i 15 e i 23 anni per nove settimane
- Gli studenti hanno praticato teatro d’improvvisazione, mindfulness, giochi sulle emozioni oppure seguito un corso informatico usato come confronto
- Tra i ragazzi con ansia moderata o alta, le tre attività socio-emotive sono state associate a una maggiore stabilità rispetto al gruppo di confronto
- Il teatro d’improvvisazione ha mostrato anche segnali di miglioramento nell’empatia cognitiva e nella disponibilità a collaborare
- L’improvvisazione è stata pure l’attività più apprezzata dagli studenti, con 74 punti su 100: la burotica si è fermata a 55
Novanta minuti alla settimana per nove settimane. Un gruppo di adolescenti si è trovato a improvvisare scene senza copione, un altro a praticare mindfulness, un altro ancora a giocare con giochi da tavolo dedicati alle emozioni. Il quarto gruppo ha seguito un corso di informatica e strumenti da ufficio per la ricerca di lavoro. Quest’ultimo, va detto, aveva già contro un avversario temibile: il fascino irresistibile di curriculum e lettere di presentazione.
L’esperimento ha coinvolto 292 studenti di tre scuole di Ginevra e i risultati, pubblicati sulla rivista Social and Emotional Learning: Research, Practice, and Policy, suggeriscono qualcosa di interessante. Nei ragazzi che partivano con livelli di ansia moderati o elevati, teatro d’improvvisazione, mindfulness e giochi socio-emotivi sono stati associati a una sorta di effetto protettivo: mentre nel gruppo di confronto aumentavano le difficoltà emotive e comportamentali e diminuiva l’autoefficacia, negli altri tre gruppi questi indicatori rimanevano sostanzialmente stabili.
Il teatro d’improvvisazione, però, ha mostrato qualcosa in più: segnali di crescita nell’empatia cognitiva, cioè nella capacità di assumere il punto di vista degli altri, e nella disposizione a collaborare.
Per una volta, quindi, trovarsi davanti a tutti senza sapere minimamente cosa dire potrebbe avere qualche vantaggio. Una notizia che rivaluta retroattivamente parecchie interrogazioni.
Il teatro d’improvvisazione mette gli adolescenti nella scomoda situazione di dover ascoltare davvero gli altri, adattarsi in tempo reale e costruire qualcosa insieme
La ricerca, guidata da Nathalie Mella e Gwladys Rey dell’Università di Ginevra insieme a ricercatori di UniDistance Suisse, Università di Friburgo e Ospedali universitari di Ginevra, era partita da un problema concreto: capire quali attività scolastiche possano sostenere le competenze sociali ed emotive degli adolescenti, soprattutto quando esiste già una vulnerabilità.
Il progetto completo è descritto dall’Università di Ginevra all’interno di IMAGINE, il programma dedicato alle competenze trasversali a scuola. Inizialmente erano stati reclutati 394 studenti. Dopo l’esclusione di chi aveva un assenteismo molto elevato o una conoscenza del francese insufficiente per compilare correttamente i questionari, il campione finale è sceso a 292 ragazzi tra i 15 e i 23 anni, in maggioranza sedicenni e diciassettenni.
Frequentavano tre scuole professionali di Ginevra e molti provenivano da contesti socioeconomici vulnerabili: quasi metà aveva genitori occupati in lavori manuali e una parte dei partecipanti riportava situazioni di disoccupazione dei genitori o affidamento.
L’esperimento si è svolto nell’autunno del 2021, quindi in un periodo ancora segnato dalle conseguenze sociali della pandemia. Questo dettaglio conta: gli autori ricordano che la salute mentale degli adolescenti aveva subito un forte deterioramento durante e dopo le restrizioni per il Covid-19, anche se lo studio non dimostra che il peggioramento osservato nel gruppo di confronto fosse provocato dalla pandemia.
Le classi intere, anziché i singoli ragazzi, sono state assegnate alle diverse attività. Ogni gruppo seguiva una sessione settimanale di 90 minuti, condotta da personale formato. Prima e dopo le nove settimane i ricercatori hanno misurato difficoltà emotive e comportamentali, autoefficacia, regolazione emotiva, empatia, riconoscimento delle emozioni e disponibilità a collaborare, attraverso questionari e compiti specifici.
Circa un terzo degli studenti mostrava all’inizio livelli di ansia moderati o elevati. Ed è soprattutto qui che si è vista la differenza.
Tra i ragazzi più ansiosi del gruppo informatico, dopo nove settimane erano aumentate le difficoltà emotive e comportamentali e si era ridotta la fiducia nella propria capacità di affrontare le difficoltà. Nei gruppi teatro, mindfulness e giochi, invece, i valori erano rimasti generalmente stabili. Tra gli studenti più ansiosi che praticavano mindfulness è stata osservata anche una lieve riduzione delle difficoltà emotive e relazionali.
Come ha spiegato Nathalie Mella nella presentazione dei risultati dell’Università di Ginevra, l’elemento importante non è una spettacolare trasformazione di tutti gli studenti. È il fatto che alcune attività sembrino aver evitato un peggioramento proprio tra quelli che partivano più fragili.
Niente montaggio cinematografico con adolescente ansioso che entra in aula, respira profondamente e nove settimane dopo esce in slow motion mentre stringe amicizia con l’intero istituto. I risultati sono decisamente più sobri.
Perché proprio l’improvvisazione sembra distinguersi, e perché nove settimane non bastano ancora per trasformare il palco in una terapia
Il teatro d’improvvisazione obbliga a fare una cosa che nella vita quotidiana riusciamo ormai a rimandare magnificamente: prestare attenzione alla persona che abbiamo davanti.
Non esiste copione. Un compagno propone qualcosa e bisogna raccoglierla, capirne l’intenzione, adattarsi e continuare la scena. Non si può mettere la conversazione in modalità silenziosa, rispondere tre ore dopo con un’emoji e sostenere comunque di aver partecipato.
Secondo Nathalie Mella e David Sander, l’improvvisazione funziona come una sorta di “laboratorio sociale”: gli studenti devono esprimere emozioni, riconoscere quelle altrui, aggiustare continuamente il proprio comportamento e collaborare in tempo reale. Persino l’errore può diventare materiale per continuare la scena, un privilegio di cui normalmente una verifica di matematica dispone in misura un po’ minore.
Dopo le nove sessioni, gli studenti del gruppo teatrale hanno mostrato un aumento dell’empatia cognitiva e della disponibilità alla collaborazione, indipendentemente dal livello iniziale di ansia.
Serve però cautela. Gli stessi autori trattano questi risultati specifici come segnali da approfondire, soprattutto considerando le numerose analisi statistiche effettuate. Lo studio resta quindi promettente, non una dimostrazione definitiva che basti iscrivere un adolescente a improvvisazione per consegnarlo al mondo trasformato in un concentrato di empatia.
C’è poi un dettaglio molto terreno: il teatro era l’attività preferita dagli studenti. Il gradimento medio è stato di 74 punti su 100, contro 70 per i giochi da tavolo, 57 per la mindfulness e 55 per il corso informatico.
I ricercatori non possono stabilire quanto questo maggiore entusiasmo abbia contribuito ai risultati. Del resto è difficile separare l’effetto dell’improvvisazione dal fatto che gli studenti fossero costantemente coinvolti, attivi e costretti a interagire. Il teatro richiede un grado di partecipazione sociale superiore rispetto alle altre attività: capire se funzioni perché è teatro o perché nessuno può materialmente starsene in un angolo a pensare ai fatti propri richiederà altri studi.
Ci sono altri limiti. Molte misure derivano da questionari compilati dagli stessi ragazzi; nove settimane sono poche per capire se eventuali cambiamenti durino nel tempo; gli studenti non sceglievano l’attività, fattore che potrebbe aver influenzato la motivazione. Inoltre, dinamiche del gruppo e caratteristiche degli istruttori sono difficili da standardizzare.
Mindfulness e giochi socio-emotivi, inoltre, non hanno prodotto i miglioramenti specifici che i ricercatori avevano previsto. La mindfulness non ha mostrato vantaggi misurabili nelle competenze più rivolte verso l’interno, come la regolazione emotiva, rispetto al gruppo di confronto; i giochi non hanno migliorato in modo specifico il riconoscimento e la gestione delle emozioni. Una possibile spiegazione è semplicemente che nove settimane siano troppo poche.
La ricerca è stata finanziata dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica e gli autori hanno dichiarato di non avere conflitti d’interesse. Nel paper compare persino una piccola comparsata dell’intelligenza artificiale: ChatGPT è stato utilizzato durante la preparazione del testo per controlli grammaticali e traduzioni, poi revisionati dagli autori. Per una ricerca sull’importanza dell’interazione umana, l’AI almeno è rimasta a correggere le virgole.
Il gruppo dell’Università di Ginevra sta ora proseguendo il lavoro concentrandosi proprio sul teatro d’improvvisazione e sugli studenti con background migratorio.
Per il momento la conclusione è molto meno hollywoodiana e proprio per questo più interessante: in questo campione, alcune attività hanno aiutato gli adolescenti più ansiosi a non perdere terreno. E quelli mandati sul palco senza copione hanno mostrato anche segnali di maggiore empatia e collaborazione.
Insomma, apparentemente non sapere cosa dire può insegnare qualcosa. Purché, ogni tanto, si ascolti la battuta dell’altro.

La redazione di commentimemorabili.it si impegna contro la divulgazione di fake news. La veridicità delle informazioni riportate su commentimemorabili.it viene preventivamente verificata tramite la consultazione di altre fonti.
Questo articolo è stato verificato con:
- https://doi.org/10.1016/j.sel.2026.100213
- https://www.unige.ch/cisa/research/current-specific-research-projects/past-projects/imagine
- https://www.unige.ch/medias/en/2026/impro-meditation-et-jeux-soutiennent-les-ados-anxieux
developed by Digitrend