I pazienti spiegano come vorrebbero sentirsi dire che è il momento di smettere di guidare
- I ricercatori hanno intervistato 12 persone tra 65 e 83 anni, nove con deterioramento cognitivo lieve e tre con demenza
- Otto partecipanti guidavano ancora, quattro senza restrizioni e quattro con una patente limitata alla distanza percorribile da casa
- I partecipanti chiedono ai medici di parlare presto del possibile stop, usando parole semplici, dirette e rispettose
- Tutti e quattro gli ex guidatori ricevevano aiuto pratico o emotivo dai familiari, nessuno riferiva un follow-up da parte dei sanitari
- È uno studio qualitativo molto piccolo: racconta esperienze e preferenze, non permette di stabilire quanto siano diffuse nella popolazione
Se un medico deve dirti che è arrivato il momento di lasciare le chiavi dell’auto, i partecipanti a questo studio hanno una richiesta piuttosto semplice: niente giri di parole. La frase deve essere chiara, detta con gentilezza e, possibilmente, preparata attraverso conversazioni iniziate ben prima del giorno in cui guidare diventa un problema di sicurezza.
A chiederlo sono 12 persone con demenza o deterioramento cognitivo lieve intervistate in Australia per uno studio qualitativo pubblicato sull’Australasian Journal on Ageing. Otto erano uomini e quattro donne, avevano tra 65 e 83 anni, con un’età media di 77. Nove avevano una diagnosi di deterioramento cognitivo lieve, tre di demenza. Lo studio pubblicato sull’Australasian Journal on Ageing ha raccolto direttamente le loro esperienze e preferenze.
Quattro guidavano ancora senza restrizioni, quattro avevano una patente condizionata con un limite chilometrico e altri quattro avevano già smesso. Le interviste, durate tra 20 e 40 minuti, sono state raccolte tra marzo 2021 e giugno 2022 in una clinica della memoria di un ospedale del South Australia. Tutti avevano un punteggio di almeno 20 al Mini-Mental State Examination e tutti potevano contare su qualche forma di sostegno familiare o sociale.
Il lavoro coordinato da Claire Spargo della Flinders University voleva capire una cosa molto specifica: come vorrebbero essere accompagnate queste persone quando la capacità di guidare comincia a essere messa in discussione. La risposta si sviluppa in quattro momenti: prepararsi, valutare se sia ancora sicuro guidare, ricevere l’eventuale raccomandazione di smettere e imparare a vivere senza automobile. La Flinders University ha dedicato un approfondimento proprio alle conversazioni più difficili tra medici e persone con declino cognitivo.
Dire “basta con l’auto” senza farlo sembrare un sequestro di chiavi
Il primo messaggio è quasi disarmante nella sua semplicità: parlatene prima. Una partecipante ancora alla guida spiegava di aspettarsi che il proprio medico non le comunicasse improvvisamente lo stop durante una visita qualsiasi, perché il tema era già entrato progressivamente nelle loro conversazioni. Un altro partecipante aveva vissuto inizialmente come uno choc la limitazione della patente, per poi abituarsi dopo averne discusso.
Meglio quindi evitare l’effetto raccomandata dell’Agenzia delle Entrate: apri la busta e scopri che la tua autonomia quotidiana ha appena cambiato forma.
Uno degli ex guidatori raccontava infatti di aver ricevuto quasi dal nulla la richiesta di sottoporsi a un test pratico, senza aver prima discusso davvero con il medico delle proprie capacità o delle alternative. La sensazione era che le decisioni venissero prese alle sue spalle. Lo stress diventò tale che lui e la famiglia decisero di rinunciare direttamente alla guida.
Quando la persona non riesce più a stabilire da sola se possa continuare, diversi partecipanti preferivano che fosse un medico a formulare la raccomandazione finale, anziché lasciare quell’onere ai parenti. Un dettaglio importante, perché togliere le chiavi al padre, alla madre o al coniuge rischia di trasformare una questione di sicurezza stradale nella riunione di famiglia più indigesta dell’anno.
E quando arriva il momento di pronunciare quelle parole, i partecipanti chiedono chiarezza. Uno di loro l’ha condensato in poche parole: “Be straight up”, sii diretto. Senza brutalità, certo, però senza infilarsi in una nebbia di forse, vediamo, magari sarebbe opportuno.
I ricercatori suggeriscono quindi un linguaggio semplice, il tempo necessario per fare domande e assimilare la decisione, il riconoscimento del valore personale che l’automobile può avere e una spiegazione precisa del motivo centrale: la sicurezza della persona e degli altri. Alcuni intervistati hanno anche detto di preferire un incontro faccia a faccia rispetto a una videochiamata per una conversazione così delicata.
Lo studio, va precisato, non stabilisce quando una determinata persona debba smettere di guidare e i risultati non possono essere estesi automaticamente a chiunque abbia demenza o deterioramento cognitivo lieve. Il campione è di sole 12 persone, selezionate in un’unica clinica specializzata, e le regole australiane sulle patenti sono diverse da quelle italiane. I ricercatori stavano raccogliendo esperienze, bisogni e preferenze, non costruendo una formula universale per ritirare le chiavi.
Il problema arriva dopo
La parte più amara comincia quando l’auto rimane parcheggiata. Tra i quattro partecipanti che avevano già smesso di guidare comparivano perdita di indipendenza e solitudine, persino quando un’alternativa per spostarsi esisteva.
Una donna aveva a disposizione dei voucher per il taxi, eppure aveva smesso di andare al golf club frequentato da trent’anni. Un uomo poteva contare sulla moglie, sulla figlia e su diverse possibilità di trasporto, ma continuava a percepire la propria indipendenza come qualcosa che gli era stato portato via.
Perché avere qualcuno che può accompagnarti dal punto A al punto B non equivale necessariamente a poter uscire quando ti pare, fermarti a bere un caffè, cambiare programma o decidere alle cinque del pomeriggio che hai voglia di andare da qualche parte. L’automobile, per chi la usa da decenni, è anche spontaneità. Una comodità talmente incorporata nella vita quotidiana che ci si accorge di quanto spazio occupasse soprattutto quando sparisce.
Tutti e quattro gli ex guidatori intervistati riferivano di aver ricevuto sostegno pratico, emotivo o entrambi dalla famiglia. Nessuno, però, raccontava di essere stato seguito successivamente da un professionista sanitario per affrontare il cambiamento.
Gli autori indicano alcune possibili strade: discutere in anticipo le preferenze della persona, coinvolgerla nelle decisioni finché è possibile, programmare mezzi di trasporto alternativi e offrire un sostegno anche dopo la cessazione della guida. Tra gli esempi citano CarFreeMe, programma sviluppato per aiutare anziani e persone con problemi di salute a riorganizzare mobilità, attività sociali e vita quotidiana senza automobile.
C’è poi un limite particolarmente importante: tutte le persone dello studio avevano qualcuno su cui contare. Chi vive solo o dispone di una rete familiare debole potrebbe affrontare ostacoli molto diversi, che queste dodici interviste semplicemente non possono raccontare.
La conversazione con il medico, dunque, può durare pochi minuti. Consegnare le chiavi è ancora più rapido. Poi però bisogna continuare ad andare dal medico, vedere gli amici, fare la spesa, prendere un caffè e magari tornare al golf club. Lo stop alla guida occupa un istante; organizzare la vita che viene dopo decisamente di più.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/ajag.70215
- https://news.flinders.edu.au/blog/2026/10/01/navigating-tough-conversations-with-people-who-have-dementia-to-stop-driving/
- https://carfreeme.com.au/driving-cessation-research/
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