C’è chi rinvia perfino le cure mediche perché non sa a chi lasciare il cane o il gatto
- Una prospettiva pubblicata sul New England Journal of Medicine segnala che la responsabilità verso un animale può condizionare l’accesso alle cure mediche
- Alcuni proprietari possono rinviare o rinunciare alle cure o lasciare una struttura sanitaria contro il parere medico se nessuno può occuparsi dell’animale
- Un precedente studio esplorativo su 16 medici del Massachusetts ha trovato che il 56% aveva incontrato pazienti che avevano resistito a cure o servizi per preoccupazioni legate ai propri animali
- Il 75% dei medici intervistati indicava l’impossibilità di trovare qualcuno che si occupasse dell’animale tra i possibili motivi della rinuncia o della resistenza alle cure
- Gli autori propongono di chiedere ai pazienti se vivono con animali e, quando serve, attivare servizi sociali, veterinari, rifugi e reti di affido temporaneo
Uno deve essere ricoverato. Il medico spiega la terapia, chiarisce perché sarebbe meglio restare in ospedale, organizza esami e controlli. Poi arriva una domanda molto meno clinica: “E il cane?”. Oppure il gatto. Perché a casa c’è qualcuno che deve mangiare, prendere farmaci, uscire per i bisogni o avere almeno una lettiera pulita. E magari nessun altro ha le chiavi.
Per alcune persone basta questo a complicare una decisione sanitaria che, vista dalla cartella clinica, sembrava già presa.
È il problema sollevato da Rustin M. Moore, veterinario e preside del College of Veterinary Medicine della Ohio State University, e Reshma Jagsi, oncologa della Emory University School of Medicine, nella prospettiva Human–Animal Bonds as Social Determinants of Health Care Access, pubblicata sul New England Journal of Medicine il 29 agosto 2026.
Moore e Jagsi descrivono un ostacolo tanto semplice quanto facile da trascurare: alcuni proprietari possono rinviare o rinunciare a trattamenti medici, oppure lasciare una struttura sanitaria contro il parere dei medici, perché non hanno nessuno a cui affidare il proprio animale.
La precisazione è importante: la pubblicazione sul New England Journal of Medicine è una prospettiva, quindi non misura quanti proprietari si comportino così e non permette di dire che avere un cane o un gatto porti in generale a curarsi meno. Gli autori chiedono piuttosto alla medicina di riconoscere una responsabilità familiare che può influenzare concretamente le scelte di alcuni pazienti.
Quando il ricovero dipende da chi darà da mangiare al cane o al gatto rimasto a casa, la “non aderenza” alle cure cambia significato
Qualche dato, però, esiste già. Nel luglio 2025 un gruppo di ricercatori della Tufts University, della University of California Davis e del Newton-Wellesley Hospital ha pubblicato su Frontiers in Health Services uno studio esplorativo sul rapporto tra animali domestici e accesso alle cure.
Il campione era molto piccolo: 16 medici del Massachusetts, reclutati per convenienza e intervistati attraverso un questionario online tra giugno e settembre 2024. Gli stessi autori sottolineano quindi che i risultati non possono essere estesi alla popolazione dei medici statunitensi, tantomeno a quella generale.
Eppure le risposte raccontano situazioni molto concrete. Nove medici su sedici, il 56%, hanno dichiarato di aver avuto almeno un paziente che aveva rifiutato o mostrato resistenza verso trattamenti o servizi raccomandati a causa di preoccupazioni legate al proprio animale.
Quando è stato chiesto quali fattori potessero spiegare quelle decisioni, 12 medici su 16, il 75%, hanno indicato l’impossibilità di trovare qualcuno che si occupasse dell’animale. Sette, il 44%, hanno citato lo stress emotivo provocato dalla separazione; quattro, il 25%, la tendenza a mettere la salute dell’animale davanti alla propria; tre, il 19%, problemi economici.
Numeri da trattare con prudenza, quindi, ma abbastanza concreti da far capire che dietro un paziente apparentemente “poco collaborativo” potrebbe esserci qualcosa di molto meno misterioso di un rifiuto delle cure. Magari c’è semplicemente un cane anziano che deve prendere una compressa alle otto di sera e nessuno disponibile a dargliela.
Lo studio mostra anche una piccola contraddizione. Solo quattro medici su sedici consideravano in generale gli animali una possibile barriera all’accesso alle cure, eppure nove raccontavano di aver già incontrato pazienti che avevano resistito a un trattamento proprio per preoccupazioni legate ai loro animali. Un problema può quindi essere presente nella pratica quotidiana senza essere ancora riconosciuto come tale.
Una domanda sugli animali nella cartella clinica potrebbe far emergere il problema prima che il paziente decida di tornare a casa
La soluzione proposta da Moore e Jagsi parte da uno strumento tecnologicamente piuttosto avanzato: fare una domanda.
Chiedere a un paziente se vive con un animale, e soprattutto se esiste qualcuno in grado di occuparsene durante un ricovero, permetterebbe di individuare il problema prima che diventi un motivo per rinviare le cure o interromperle. Jagsi ha raccontato di aver cominciato a chiedere abitualmente ai propri pazienti se abbiano animali domestici.
Secondo gli autori, una risposta problematica potrebbe attivare il case management o i servizi sociali dell’ospedale. Da lì potrebbero entrare in gioco veterinari, rifugi, associazioni di salvataggio, reti di affido temporaneo e organizzazioni senza scopo di lucro. Nell’approfondimento pubblicato da Emory Healthcare, Moore e Jagsi propongono proprio una maggiore collaborazione tra sistema sanitario e realtà che già si occupano di animali sul territorio.
Non sarebbe nemmeno necessario inventare tutto da zero. Nel piccolo studio pubblicato su Frontiers in Health Services, dieci medici su sedici, il 63%, ritenevano che programmi gratuiti o a basso costo di pensione o affido temporaneo potessero migliorare l’accesso alle cure per alcuni pazienti.
Le soluzioni che i medici consigliavano già erano molto più informali: familiari e amici, vicini di casa, pet sitter, pensioni, associazioni e strutture veterinarie. Funzionano finché esistono una rete sociale, disponibilità economica e qualcuno disposto a prendere in consegna l’animale con poco preavviso. Non tutti hanno questa fortuna.
Moore e Jagsi ricordano inoltre che circa due terzi delle famiglie statunitensi vivono con almeno un animale domestico e che per moltissimi proprietari quell’animale fa parte della famiglia. La responsabilità nei suoi confronti può quindi entrare nelle decisioni sanitarie proprio come altre responsabilità di cura che i medici sono già abituati a considerare.
L’idea della prospettiva pubblicata sul New England Journal of Medicine, indicizzata anche su PubMed, è allargare di qualche centimetro il concetto di assistenza centrata sul paziente: sapere chi lo aspetta a casa può aiutare a capire perché una persona esiti davanti a un ricovero necessario.
Perché dietro un “devo tornare a casa” può esserci davvero qualcuno che dipende completamente dal paziente. Solo che ha quattro zampe e, fino a quel momento, nessuno aveva pensato di chiedere.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMp2605774
- https://www.frontiersin.org/journals/health-services/articles/10.3389/frhs.2025.1620640/full
- https://www.emoryhealthcare.org/newsroom/2026/09/physician-and-veterinarian-views-how-to-improve-barriers-to-pet-care-when-owners-are-hospitalized-
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