I Millennial sanno come invecchiare bene, ma non hanno tempo per farlo: il paradosso di un’indagine italiana

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I Millennial sanno come invecchiare bene, ma non hanno tempo per farlo: il paradosso di un’indagine italiana

| 14/10/2026
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I Millennial pensano alla salute prima dei 40 anni: il problema è riuscire a occuparsene

  • L’indagine di Fondazione Onda ha coinvolto 1.000 italiani, tra 30 e 75 anni
  • L’80% dei Millennial intervistati ritiene importante occuparsi dell’invecchiamento prima dei 40 anni
  • Il 48% dei Boomer ha iniziato a preoccuparsi della propria salute dopo i 50 anni e oggi vorrebbe averlo fatto prima
  • Costi, lavoro e stress rendono difficile per i Millennial trasformare la prevenzione in un’abitudine
  • I Boomer convivono più spesso con patologie croniche, ma dichiarano una maggiore fiducia nella propria autonomia

 

L’80% dei Millennial intervistati sa che, per invecchiare bene, bisogna cominciare a occuparsi della propria salute prima dei 40 anni. Una consapevolezza che dovrebbe metterli in vantaggio rispetto ai genitori. Peccato che poi arrivino il lavoro, le scadenze, le spese e quel piccolo dettaglio chiamato tempo libero. Così la generazione che sembra conoscere meglio l’importanza della prevenzione finisce per praticarla con meno regolarità. Una teoria impeccabile, insomma. L’applicazione pratica è ancora in fase di aggiornamento.

A raccontarlo è l’indagine Longevity: cambiare il modo di invecchiare, realizzata da Elma Research per Fondazione Onda ETS nel luglio 2026. La ricerca ha coinvolto 1.000 italiani: 640 Boomer tra 65 e 75 anni e 360 Millennial tra 30 e 45 anni, intervistati online attraverso questionari di circa 15 minuti. Sono stati organizzati anche due focus group a Milano, uno per generazione.

Il confronto racconta due modi piuttosto diversi di vivere la salute. I Boomer hanno più spesso a che fare con malattie croniche e terapie, eppure dichiarano una maggiore fiducia nella propria autonomia. I Millennial conoscono bene l’importanza dell’alimentazione, del sonno e dell’attività fisica, ma faticano a trovare lo spazio per occuparsene. Anche perché la prevenzione, a differenza delle bollette, può essere rimandata. Almeno finché la salute lo permette.

I Millennial conoscono l’importanza della prevenzione, ma tra lavoro, costi e stress fanno più fatica a occuparsi della propria salute rispetto ai Boomer intervistati

Secondo i dati diffusi da Fondazione Onda, l’80% dei Millennial ritiene necessario cominciare a costruire le condizioni per un buon invecchiamento prima dei 40 anni. Il 48% dei Boomer, invece, racconta di aver iniziato a preoccuparsi seriamente della propria salute soltanto dopo i 50 anni e oggi pensa che avrebbe dovuto muoversi prima.

Una sorta di passaggio generazionale delle buone intenzioni: i genitori scoprono con l’età quanto sia importante prevenire, i figli lo sanno già. Poi provano a prenotare una visita.

Tra i principali ostacoli indicati dai Millennial emergono costi, mancanza di tempo e stress mentale. Il 65% degli intervistati di questa generazione lavora a tempo pieno e, nell’ultimo anno, i più giovani del campione dichiarano una minore regolarità nell’attività fisica, nell’alimentazione, nella cura del sonno e nei controlli preventivi.

Prendiamo gli screening. Conoscere l’importanza di una visita medica serve relativamente poco se per prenotarla bisogna aspettare mesi, prendere un permesso dal lavoro oppure pagare una prestazione privata. E anche il suggerimento di dormire otto ore per notte ha una sua indiscutibile eleganza teorica, specialmente quando viene rivolto a chi fatica a trovarne sette.

La prevenzione viene spesso raccontata come una questione di disciplina personale. Mangiare bene, muoversi, controllare la salute, ridurre lo stress. Indicazioni sensate, certo, che però richiedono tempo, possibilità economiche e servizi accessibili. Tre condizioni che difficilmente migliorano con un post motivazionale.

Fondazione Onda richiama infatti la necessità di interventi pubblici e strumenti di welfare aziendale capaci di rendere la prevenzione più sostenibile e compatibile con la vita quotidiana.

Perché suggerire a una persona stressata di gestire meglio lo stress rischia di aggiungere soltanto un’altra attività alla lista delle cose che dovrebbe fare.

I Boomer convivono con più malattie croniche, ma dichiarano maggiore fiducia nel futuro

L’altro dato interessante riguarda la generazione più anziana. Nell’indagine i Boomer presentano un carico maggiore di patologie croniche rispetto ai Millennial, come sarebbe prevedibile confrontando persone separate da diversi decenni di età. Eppure mostrano una percezione più positiva della propria autonomia, del benessere psicologico e della possibilità di continuare a svolgere le attività desiderate.

Per gli intervistati, vivere più a lungo conta soprattutto se quegli anni possono essere trascorsi mantenendo indipendenza, relazioni e libertà di scelta. Il semplice desiderio di longevità raccoglie il 16% delle indicazioni riportate nell’indagine.

Un sessantacinquenne che convive con l’ipertensione può sentirsi soddisfatto se continua a coltivare interessi, uscire con gli amici e muoversi autonomamente. Un quarantenne senza particolari patologie può invece percepire un benessere inferiore se trascorre le giornate tra lavoro, difficoltà economiche e responsabilità familiari.

Naturalmente questo confronto richiede cautela. L’indagine fotografa due gruppi in un determinato momento, attraverso le risposte dei partecipanti. Non dimostra che appartenere alla generazione Boomer renda più sereni o che essere Millennial provochi maggiore stress. Le differenze possono dipendere dall’età, dal reddito, dalle condizioni lavorative e da molte altre circostanze.

Un pensionato e un lavoratore quarantenne hanno anche giornate diverse. Scoprire che le affrontano in maniera diversa è interessante, purché non diventi l’ennesimo processo alle generazioni.

C’è poi un dettaglio che rende meno rassicurante l’immagine del pensionamento come periodo finalmente libero dagli impegni. Sette Boomer su dieci coinvolti nella ricerca continuano a occuparsi della casa o di altre persone. E il carico ricade soprattutto sulle donne, che dichiarano più frequentemente di sentirsi sopraffatte dalle responsabilità domestiche e assistenziali o di trascurare sé stesse per occuparsi degli altri.

L’invecchiamento attivo può quindi significare continuare a coltivare amicizie, interessi e relazioni. Per molte donne significa anche assistere familiari, aiutare figli adulti e occuparsi dei nipoti. La pensione arriva, il lavoro di cura evidentemente non ha ricevuto la comunicazione.

La relazione tra salute fisica e benessere psicologico, comunque, merita attenzione. Una metanalisi pubblicata nel 2025 su JAMA Network Open, basata su 376 studi e oltre 347mila adulti con dolore cronico in 50 Paesi, ha stimato sintomi clinicamente significativi di depressione nel 39,3% e di ansia nel 40,2% dei partecipanti. I valori risultavano più elevati in alcuni sottogruppi, comprese le persone più giovani e le donne. Si tratta di una popolazione specifica, con dolore cronico, e di risultati che non possono essere applicati direttamente ai Boomer e ai Millennial dell’indagine italiana.

Il confronto generazionale mostra quanto la salute percepita dipenda anche dalla possibilità di mantenere il controllo sulla propria vita. E quanto sia complicato costruire oggi le condizioni per stare bene domani.

I Boomer intervistati hanno spesso cominciato a occuparsi della salute quando i primi problemi si erano già presentati. I Millennial conoscono l’importanza di prevenire, ma faticano a farlo.

Sulla teoria sembrano preparatissimi. Per la pratica, attendono ancora che si liberi un appuntamento. Possibilmente fuori dall’orario di lavoro.

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