Cani e gatti ci ascoltano molto più di quanto pensiamo (poi obbedire è un altro discorso)
- Uno studio pubblicato su Science ha registrato con EEG l’attività cerebrale di 20 cani e 20 adulti mentre ascoltavano pseudoparole
- Il cervello dei cani seguiva meglio gli schemi costruiti sulle consonanti rispetto a quelli basati sulle vocali
- I gatti non sono stati coinvolti nello studio, ma altre ricerche mostrano che distinguono il proprio nome e imparano nomi altrui
- In un esperimento del 2024, 31 gatti hanno associato rapidamente parole inventate a immagini senza alcun addestramento
- Capire che stiamo parlando con loro e ritenere necessario risponderci rimangono, soprattutto per i gatti, due questioni completamente diverse
Potete continuare a dire “tanto non capisce” mentre raccontate davanti al cane che domani andrà dal veterinario. La scienza, però, sta lentamente trasformando questa comoda convinzione in una pessima strategia.
Un nuovo studio pubblicato su Science ha scoperto che il cervello dei cani riesce a trovare regolarità nel nostro parlato utilizzando soprattutto le consonanti. Una caratteristica che ricorda da vicino un meccanismo usato anche dal cervello umano per separare le parole dentro quel fiume praticamente senza pause che esce dalla nostra bocca.
La ricerca è stata condotta dal Neuroethology of Communication Lab della Eötvös Loránd University di Budapest su 20 cani da compagnia e 20 esseri umani adulti. A tutti sono state fatte ascoltare sequenze di sillabe inventate mentre un elettroencefalogramma registrava l’attività cerebrale.
Le parole erano finte, quindi nessuno poteva cavarsela riconoscendo “pappa”, “passeggiata” o quella terribile frase pronunciata dal proprietario mentre prende il trasportino: “Andiamo solo a fare un controllino”.
Il cervello dei cani segue soprattutto le consonanti
I ricercatori hanno creato tre diversi flussi sonori. Nel primo erano le consonanti a formare schemi ricorrenti, nel secondo succedeva con le vocali, mentre il terzo era sostanzialmente un minestrone di sillabe casuali.
Il risultato è stato piuttosto netto. Nei flussi organizzati attraverso le consonanti, il cervello dei cani riusciva a sincronizzarsi con il ritmo delle “parole”, mostrando una risposta più forte rispetto alle sequenze costruite sulle vocali o a quelle casuali. La stessa preferenza compariva negli esseri umani.
La cosa curiosa è che le vocali erano acusticamente più evidenti. In altre parole, il cane non stava semplicemente seguendo il suono che si sentiva meglio. Le consonanti sembravano fornirgli informazioni più utili per scoprire che dentro quella zuppa di sillabe c’erano strutture che continuavano a ripetersi.
Intorno ai 400 millisecondi dall’inizio delle pseudoparole costruite sulle consonanti compariva inoltre una risposta cerebrale specifica sia negli esseri umani sia nei cani. Secondo i ricercatori, è una finestra temporale compatibile con il processo attraverso cui il cervello segmenta un flusso continuo di parlato.
La Eötvös Loránd University parla della prima evidenza di un consonant bias in una specie diversa dalla nostra. Una precisazione serve: lo studio ha confrontato cani e adulti, non bambini. Il riferimento ai bambini piccoli nasce dagli studi precedenti sullo sviluppo umano, che mostrano come durante l’infanzia aumenti progressivamente l’uso delle consonanti per riconoscere le parole.
Anche nei cani c’è qualche sfumatura da tenere stretta. Gli animali che, secondo le informazioni disponibili, avevano trascorso i primi tre mesi di vita fuori da un’abitazione umana mostravano comunque la preferenza per le consonanti. Il sottogruppo era però piccolo e le informazioni sui primi mesi di alcuni animali non erano complete, quindi non possiamo proclamare la totale irrilevanza dell’esperienza precoce e andare tutti a casa.
Il risultato suggerisce comunque che anni di esposizione alle nostre chiacchiere possono modificare il modo in cui un cervello non umano organizza il parlato. Senza bisogno di sapere cosa significhi davvero quella parola.
Che, se ci pensiamo, è una capacità estremamente utile anche durante alcune riunioni di lavoro.
I gatti riconoscono nomi e associazioni tra parole e immagini
E i gatti? Nel nuovo esperimento non c’erano. Quindi non sappiamo se il loro cervello usi le consonanti nello stesso modo e sarebbe scorretto infilarli nello studio dalla finestra solo perché rendono qualsiasi articolo scientifico oggettivamente migliore.
Abbiamo però altri esperimenti.
Nel 2019 una ricerca pubblicata su Scientific Reports ha mostrato che i gatti domestici riescono a distinguere il proprio nome da altre parole. I ricercatori facevano ascoltare una serie di termini fino a provocare una progressiva diminuzione della risposta; quando compariva il nome del gatto, l’attenzione aumentava nuovamente. In alcuni casi succedeva anche quando a pronunciarlo era uno sconosciuto.
Attenzione: riconoscere il proprio nome non significa correre festosamente dal proprietario. La risposta poteva essere un movimento della testa o delle orecchie. Praticamente l’equivalente felino di visualizzare un messaggio e lasciare la spunta blu.
Nel 2022 è arrivata un’altra sorpresa. In un esperimento sui nomi dei gatti conviventi, quelli che vivevano nelle normali abitazioni guardavano più a lungo lo schermo quando, dopo aver sentito il nome di un micio conosciuto, compariva la fotografia del gatto sbagliato. Un comportamento compatibile con una violazione dell’aspettativa: in sostanza, sembrava che qualcosa non tornasse.
I ricercatori non avevano insegnato loro quei nomi. I gatti li avevano probabilmente imparati ascoltando gli umani usarli nella vita quotidiana.
Nel 2024 il gruppo dell’Azabu University ha alzato ulteriormente l’asticella con uno studio su 31 gatti. Gli animali vedevano due immagini accompagnate da due parole completamente inventate, pronunciate dal proprietario. Dopo poche esposizioni, i ricercatori scambiavano le associazioni.
Quando la parola non corrispondeva più all’immagine iniziale, i gatti rimanevano a guardare lo schermo più a lungo.
La maggior parte aveva raggiunto il criterio di abituazione dopo quattro prove: per ciascuna associazione erano bastate due esposizioni da nove secondi. Gli autori hanno fatto notare che, in un precedente studio condotto con bambini di 14 mesi usando un paradigma simile, erano state necessarie almeno quattro esposizioni da 20 secondi per coppia. Non era un confronto diretto tra gatti e bambini e i protocolli non erano identici, quindi niente Olimpiadi cognitive interspecie. Resta però un apprendimento estremamente rapido.
Mettendo insieme questi lavori, cani e gatti sembrano avere sviluppato strumenti diversi per convivere dentro il nostro continuo rumore verbale. I cani riescono a sfruttare le consonanti per trovare regolarità nel parlato. I gatti distinguono il proprio nome, possono imparare quello dei conviventi e riescono a creare rapidamente associazioni tra suoni umani e immagini.
Poi possiamo chiamarli per dieci minuti mentre restano immobili a due metri da noi. A quel punto, però, la scienza ha fatto il suo lavoro. Il problema è chiaramente contrattuale.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.nature.com/articles/s41598-024-74006-2
- https://www.nature.com/articles/s41598-022-10261-5
- https://www.nature.com/articles/s41598-019-40616-4
- https://www.elte.hu/en/speech-shapes-dog-brains
- https://www.science.org/doi/10.1126/science.adw7709
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