Il cane fa la faccia da colpevole quando ti arrabbi. Il gatto, invece, ha già chiamato l’avvocato
- In un esperimento del 2009 su 14 cani, la famosa “faccia da colpevole” dipendeva soprattutto dal rimprovero del proprietario, non dall’aver davvero disobbedito
- I cani innocenti rimproverati mostravano quei segnali persino più intensamente di quelli che avevano effettivamente mangiato il boccone proibito
- Nel 2015, con 96 coppie cane-proprietario, gli umani non riuscivano a capire dalla sola accoglienza dell’animale se avesse commesso il “reato”
- Sui gatti non abbiamo esperimenti altrettanto diretti sul senso di colpa, ma sappiamo che osservano le nostre reazioni e usano le nostre emozioni come informazioni
- Nessuno di questi risultati dimostra che cani e gatti siano incapaci di provare colpa: dimostra che una faccia molto convincente non basta per stabilirlo
Il cane ha sventrato il cuscino del divano. Tu entri in soggiorno, guardi il campo di battaglia, poi guardi lui. Orecchie basse. Testa china. Occhi che evitano accuratamente i tuoi. Se avesse un cappello tra le zampe probabilmente se lo starebbe rigirando mentre promette che non succederà mai più.
Solo che potrebbe non sapere affatto perché sei arrabbiato. La famosa “faccia da colpevole” dei cani è stata studiata sperimentalmente e il risultato è meno simile a una confessione spontanea e molto più a un animale bravissimo a leggere l’aria che tira.
E il gatto? Beh, qui la situazione si fa ancora più interessante. Perché il gatto osserva eccome le nostre emozioni. Semplicemente, sul suo eventuale pentimento la scienza dispone di molte meno prove. Una posizione processuale invidiabile.
Il cane innocente che sembrava persino più colpevole
Nel 2009 Alexandra Horowitz, ricercatrice del Barnard College, mise alla prova una convinzione diffusissima: il cane assume quella particolare espressione perché sa di aver fatto qualcosa che gli era stato proibito.
Nel suo studio pubblicato su Behavioural Processes, 14 cani domestici ricevevano dal proprietario l’ordine di non mangiare un boccone appetitoso. L’umano usciva dalla stanza e, a seconda della prova, il cane poteva mangiarlo oppure no. In alcuni casi, inoltre, era la stessa sperimentatrice a consegnarglielo.
Al ritorno entrava una variabile meravigliosa: il proprietario poteva essere informato correttamente oppure ricevere un’informazione falsa su ciò che il cane aveva fatto.
Quindi poteva succedere una cosa piuttosto ingiusta: il cane aveva obbedito, il boccone era rimasto dov’era, ma l’umano credeva che fosse stato mangiato e lo rimproverava.
Ed ecco il dettaglio. I comportamenti che noi associamo alla colpa – abbassare le orecchie, evitare lo sguardo, ritirarsi, sollevare una zampa, leccarsi – comparivano soprattutto in risposta al rimprovero. L’aver mangiato davvero il boccone non produceva invece una differenza significativa.
Anzi, i cani che avevano obbedito ma venivano sgridati ingiustamente mostravano alcuni di quei comportamenti in maniera particolarmente marcata. In pratica: innocenti, accusati ingiustamente e pure con la faccia perfetta per peggiorare la propria posizione.
Quella faccia potrebbe significare: “Oh no, l’umano è arrabbiato”
Questo cambia parecchio l’interpretazione. Quando troviamo una ciabatta triturata e il cane abbassa la testa, tendiamo a costruire immediatamente una piccola storia morale: sa che la ciabatta era vietata, ricorda di averla distrutta, comprende di aver violato una regola e ora prova rimorso. È una quantità considerevole di passaggi mentali infilati dentro due orecchie abbassate.
Lo studio di Horowitz suggeriva un’ipotesi molto più semplice: il cane potrebbe reagire ai segnali dell’essere umano presente in quel momento. Il tono della voce, il corpo irrigidito, il modo in cui viene guardato, magari persino quella particolare camminata da proprietario che ha appena trovato il telecomando trasformato in granulato plastico.
Essendo animali estremamente sensibili ai nostri segnali, i cani possono aver imparato che certe situazioni richiedono comportamenti utili ad abbassare la tensione. La faccia esiste. La confessione la stiamo aggiungendo noi.
Nel secondo esperimento gli umani non riuscivano nemmeno a scoprire chi aveva mangiato
Nel 2015 Ljerka Ostojić, Mladenka Tkalčić e Nicola Clayton provarono a complicare ulteriormente il processo. Nel lavoro pubblicato su Behavioural Processes parteciparono 96 coppie formate da un cane e dal suo proprietario. Questa volta i ricercatori manipolarono sia il fatto che l’animale avesse mangiato un alimento proibito, sia la presenza della possibile prova del misfatto.
Quando il proprietario rientrava, però, niente interrogatorio. Doveva semplicemente osservare il cane. Se quella famosa espressione fosse stata una buona spia dell’azione appena compiuta, conoscere il proprio animale da anni avrebbe dovuto offrire almeno un piccolo vantaggio investigativo.
Niente. Basandosi sul comportamento di saluto, i proprietari stabilivano se il cane avesse mangiato il cibo con una precisione non superiore a quella attesa per caso. Anche il comportamento degli animali non cambiava in maniera affidabile a seconda dell’aver effettivamente disobbedito. Sherlock Holmes può dormire tranquillo: il posto non è ancora vacante.
Questo significa che i cani non provano senso di colpa? No
Qui bisogna frenare prima di trasformare uno studio interessante nell’ennesima sentenza universale sugli animali.
Questi esperimenti non dimostrano che i cani siano biologicamente incapaci di provare una qualche forma di senso di colpa. Dimostrano qualcosa di più preciso: quello che noi chiamiamo “sguardo colpevole” non permette di stabilire in modo affidabile che il cane sappia di aver commesso un’azione sbagliata e se ne sia pentito.
È una differenza importante. Possiamo misurare posture, movimenti, sguardi e risposte al comportamento umano. Entrare nella testa del cane e chiedergli se si senta moralmente turbato per aver fatto esplodere il sacchetto della spazzatura richiede ancora qualche avanzamento tecnologico.
Poi arriva il gatto, che naturalmente complica tutto
Con i gatti manca una letteratura sperimentale altrettanto specifica sul “guilty look”. Quindi sarebbe scorretto prendere gli esperimenti sui cani, sostituire “Fido” con “Micio” e proclamare risolto anche il caso felino. Sappiamo però una cosa: il gatto è molto meno indifferente alle nostre reazioni di quanto ami farci credere.
Nel 2015 ricercatori dell’Università degli Studi di Milano hanno studiato il cosiddetto social referencing, cioè la capacità di utilizzare la reazione emotiva di un altro individuo per capire come comportarsi davanti a qualcosa di nuovo. Nello studio pubblicato su Animal Cognition, 36 gatti venivano messi davanti a un oggetto insolito e potenzialmente inquietante: un ventilatore con nastri verdi attaccati.
Il proprietario trasmetteva un messaggio emotivo positivo oppure negativo attraverso voce ed espressione facciale. Tra gli animali analizzati, il 79% guardava alternativamente il proprietario e l’oggetto. E una parte del loro comportamento cambiava in relazione al messaggio ricevuto dall’umano. Quindi sì: il gatto ti guarda per capire che aria tira. Magari lo fa con quella faccia da amministratore di condominio che ha già deciso di non approvare il bilancio, ma ti guarda.
I gatti sanno anche distinguere alcune nostre emozioni
Un altro tassello è arrivato nel 2020. In uno studio pubblicato sulla rivista Animals, i ricercatori dell’Università di Bari hanno mostrato che i gatti possono integrare informazioni visive e sonore associate alle emozioni, confrontando segnali provenienti sia da esseri umani sia da altri gatti. Gli animali riuscivano, per esempio, ad associare in maniera coerente volti e vocalizzazioni legati alla rabbia e alla felicità umana. Le reazioni di stress risultavano inoltre maggiori davanti ad alcuni segnali negativi, come la rabbia umana o il soffio di un altro gatto.
Questo rende ancora più plausibile una cosa molto semplice: se urli “CHI È STATO?” davanti al vaso deceduto sul pavimento, il gatto potrebbe benissimo accorgersi che sei parecchio contrariato. Da qui a stabilire che stia pensando “accidenti, non avrei dovuto spingerlo giù con la zampa” manca però tutto il pezzo centrale. E casualmente è proprio quello necessario per parlare di senso di colpa.
Cani e gatti probabilmente leggono noi meglio di quanto noi leggiamo loro
Il problema nasce anche dalla nostra irresistibile tendenza a usare il comportamento umano come dizionario universale. Se una persona abbassa lo sguardo dopo essere stata scoperta può essere imbarazzata o pentita. Se un cane fa qualcosa di apparentemente simile, viene spontaneo assegnargli la stessa sceneggiatura. Se un gatto resta immobile accanto alle tende appena strappate e ci guarda diritto negli occhi, viceversa, viene spontaneo attribuirgli una personalità da boss criminale.
In entrambi i casi stiamo facendo parecchio lavoro creativo. Le ricerche disponibili raccontano animali attentissimi ai segnali sociali umani, capaci di imparare dalle nostre reazioni e di modificare il comportamento secondo ciò che percepiscono. Per il cane, abbiamo anche buone prove sperimentali che la famosa faccia da colpevole dipenda molto più dalla reazione del proprietario che dal misfatto.
Sul gatto, per ora, il fascicolo è decisamente più sottile. Quindi il cane può sembrare pronto a confessare anche quando è innocente. Il gatto, più prudentemente, non rilascia dichiarazioni senza il suo legale.

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- https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0376635709001004
- https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4310318/
- https://air.unimi.it/handle/2434/266736
- https://doi.org/10.3390/ani10071107
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