Perché diamo ai nostri animali soprannomi sempre più assurdi? La linguistica ha una spiegazione
- I soprannomi degli animali seguono spesso schemi precisi fatti di rime, ripetizioni, assonanze e deformazioni del nome originale
- Uno studio linguistico del 1999 ha collegato questi giochi sonori al linguaggio infantile, alle filastrocche e al piacere puro di giocare con le parole
- L’italiano offre molti più diminutivi dell’inglese e questo influenza il modo in cui chiamiamo affettuosamente cani e gatti
- Quando parliamo ai cani rallentiamo spontaneamente il ritmo della voce, avvicinandolo maggiormente ai loro tempi di elaborazione
- I soprannomi degli animali possono entrare nel linguaggio privato della famiglia e diventare piccoli archivi di battute, ricordi e complicità
Sul libretto sanitario c’è scritto Arturo. Dopo qualche mese Arturo è diventato Artù, Arturino, Turo, Paturo, Pataturo e una parola incomprensibile pronunciata con una vocina che, se qualcuno ci sorprendesse da fuori, probabilmente negheremmo sotto giuramento.
Con i gatti la faccenda può peggiorare ulteriormente, anche perché il destinatario difficilmente presenterà un reclamo formale. Al massimo ti guarda come se il problema fossi tu. E, francamente, potrebbe avere ragione.
La trasformazione del nome di un animale in una genealogia di soprannomi assurdi non sembra però completamente casuale. Linguisti e studiosi del linguaggio hanno osservato che dietro rime improbabili, diminutivi, suoni ripetuti e nomignoli che ormai non conservano neppure una consonante dell’originale ci sono alcuni meccanismi abbastanza riconoscibili: affetto, gioco linguistico, appartenenza al gruppo e piacere di manipolare i suoni.
Un esempio raccolto online rende perfettamente l’idea. Il soprannome di un cane era partito da Big Stink, era passato per Stinky Winky e Moo a Wink, fino ad approdare a Stoop a Wink. Nessuna commissione linguistica avrebbe approvato il percorso. Ed è precisamente questo il bello.
Rime, vocine e parole inventate
Cynthia Gordon, professoressa di sociolinguistica alla Georgetown University, interpreta il soprannome dato al cane come una forma di gioco verbale creativo: giocare insieme rafforza i legami tra le persone e modificare continuamente il nome di un animale permette di includerlo in quella stessa dimensione di complicità.
Il suo cane Archie, per esempio, ha attraversato una carriera nominale piuttosto rispettabile: Dogface, Dogus, Dogus Maximoose, Snoof, Lil Snoof, Monsieur Le Snoof e infine Señor Snoofioso. Archie, presumibilmente, aveva altro a cui pensare.
Questa libertà linguistica trova un precedente interessante in uno studio pubblicato nel 1999 su Multilingua da Vivian de Klerk e Barbara Bosch della Rhodes University. La ricerca non riguardava specificamente cani e gatti, quindi non dimostra da sola perché trasformiamo Fufi in Fufolino-Puffolo-Puzzetto. Analizzava però proprio la costruzione dei soprannomi umani e il piacere di manipolare il linguaggio.
I dati provenivano da due rilevazioni condotte a Grahamstown, in Sudafrica. La prima, nel 1993, raccolse attraverso questionari ai genitori 138 nomignoli di bambini che frequentavano il primo anno di scuola. La seconda, nel 1995, coinvolse 195 adolescenti anglofoni e afrikaans negli ultimi due anni delle superiori.
Dentro quei soprannomi comparivano abbreviazioni, fusioni fonetiche, suffissi, allitterazioni, assonanze, rime, ritmi, storpiature infantili, giochi di significato, caratteristiche fisiche, episodi biografici e riferimenti culturali.
De Klerk e Bosch notarono soprattutto una somiglianza con filastrocche, giochi infantili e baby talk: forme di linguaggio in cui ripetizione, ritmo e suono diventano quasi più importanti del significato. In pratica, per qualche istante torniamo all’età in cui dire una parola buffa cinque volte era già un programma per il pomeriggio.
Lo studio cita persino un gioco diffuso nei cortili scolastici sudafricani nel quale i nomi venivano deformati ritmicamente: David diventava una sequenza di parole costruite esclusivamente perché suonavano bene insieme. Il principio non sembra lontanissimo da quello che trasforma un rispettabilissimo Boris in Boribò, Bobò e infine Ciccio Pasticcio senza che nessuno sappia più ricostruire il delitto linguistico iniziale.
C’entra anche il cosiddetto simbolismo fonetico, cioè la tendenza ad associare certi suoni a determinate qualità. Gordon richiama il celebre effetto Kiki-Bouba: alcuni suoni vengono percepiti più facilmente come piccoli, appuntiti o leggeri, altri come grandi e rotondi. Non significa che esista un dizionario universale del tipo “oo = cane ciccione”, ma i suoni possono influenzare le associazioni che facciamo.
Poi interviene l’umorismo, spesso di altissimo livello intellettuale: pupù, puzza e derivati.
Nancy Bell, professoressa di linguistica alla Washington State University, ricorda che la sua anziana Tinker Bell era diventata prima Tink, poi Tinker Doodle e infine Stinker Doodle. Un altro proprietario raccontava invece di essere partito dal dignitoso Pepper per approdare a PeePoo, con una motivazione scientificamente inattaccabile: faceva ridere.
Katharina Leibring, studiosa dei nomi animali all’Institute for Language and Folklore di Uppsala, ricorda un proverbio svedese traducibile più o meno come “un bambino caro ha molti nomi”. Bambini, partner e animali accumulano nomignoli proprio perché esiste un rapporto intimo. Con una differenza pratica notevole: crescendo, un bambino può chiederti di smetterla di chiamarlo Pucci Pucci davanti ai compagni di scuola. Il cane non può protestare. Il gatto può, ma utilizza altri sistemi.
In italiano partiamo avvantaggiati
Se in inglese bisogna spesso inventarsi percorsi più creativi, l’italiano dispone già di un piccolo reparto industriale per produrre vezzeggiativi. Uno studio pubblicato nel 2021 su Language & Communication da Elisa Mattiello, Veronika Ritt-Benmimoun e Wolfgang U. Dressler ha confrontato proprio l’uso di diminutivi e ipocoristici rivolti agli animali domestici in italiano, tedesco, inglese britannico e arabo tunisino.
I dati sono stati raccolti attraverso interviste semistrutturate parallele a parlanti madrelingua. Gli autori hanno trovato differenze legate sia alla struttura delle lingue sia alle abitudini socioculturali. I diminutivi rivolti agli animali compaiono spesso in modo simile al linguaggio usato con i bambini piccoli, soprattutto per esprimere affetto, empatia e familiarità.
L’italiano dispone di una ricchezza morfologica particolarmente generosa: -ino, -etto, -uccio e numerose altre possibilità possono attaccarsi alle parole, combinarsi o produrre varianti diverse della stessa base. Una successiva analisi degli stessi autori sulla ricchezza morfologica dei diminutivi colloca infatti l’italiano davanti alle altre lingue esaminate per varietà e frequenza delle forme disponibili.
In inglese lo spazio è più stretto e ci si appoggia molto a finali come -y e -ie. Questo può spingere maggiormente verso deformazioni arbitrarie, rime o nuove invenzioni. Noi possiamo cominciare serenamente da gatto, gattino, gattuccio, micetto, micino e micione prima ancora di dover accendere la fantasia. Una volta esauriti quelli, comunque, nessuno ci impedisce di chiamarlo Sua Morbidezza Panciona III.
Anche il modo in cui pronunciamo questi nomi conta. Nel 2024 Eloïse C. Déaux e colleghi hanno pubblicato su PLOS Biology uno studio sulle interazioni vocali tra cani ed esseri umani.
Gli autori hanno analizzato 143 sequenze vocali provenienti da 30 cani e le hanno confrontate con 106 sequenze di parlato rivolto ad adulti e 149 rivolte ai cani, prodotte complessivamente in cinque lingue. Hanno inoltre utilizzato test comportamentali ed elettroencefalografia per studiare l’elaborazione del parlato.
I cani vocalizzavano mediamente a circa 2 eventi al secondo, gli esseri umani parlavano tra loro a circa 4 sillabe al secondo, mentre quando si rivolgevano ai cani rallentavano spontaneamente fino a circa 3. Anche l’attività cerebrale mostrava ritmi differenti: nei cani risultava predominante la banda delta, tra 1 e 3 Hz, mentre negli esseri umani prevaleva maggiormente la banda theta, tra 4 e 7 Hz.
Gli autori ipotizzano quindi che le persone possano adattare spontaneamente il proprio ritmo al sistema percettivo del cane. Non significa che “Puzzolino” venga compreso meglio di “Rex”, né che i nomignoli assurdi abbiano qualche potere cognitivo speciale. Significa però che quando parliamo con un cane cambiamo davvero voce e ritmo. Quella vocina che giureremmo di non fare, insomma, esiste anche nei dati.
I soprannomi diventano poi qualcosa di ancora più intimo: pezzi del linguaggio privato della famiglia, quello che Cynthia Gordon definisce familect. Sono parole che per un estraneo sembrano puro rumore e per chi vive in quella casa contengono magari dieci anni di episodi, errori di pronuncia, battute e ricordi.
La linguista Deborah Tannen lo ha osservato in modo particolarmente concreto in una ricerca sulle conversazioni familiari pubblicata nel 2004. Il lavoro utilizzava le registrazioni di due famiglie americane che avevano registrato autonomamente le proprie interazioni per una settimana. Il corpus generale del progetto superava il milione di parole; Tannen esaminò sei episodi nelle due famiglie che vivevano con cani.
Gli animali venivano usati per attenuare critiche, fare complimenti, insegnare regole, evitare conflitti, introdurre umorismo e costruire l’identità della famiglia. In un episodio una madre, esasperata perché il figlio Jason non raccoglieva i giocattoli, fece parlare i due carlini Tater e Rickie con una voce acutissima per rimproverarlo indirettamente. In un altro caso, un marito rivolse al cane una lamentela che riguardava in sostanza la moglie.
Il cane diventava quindi una specie di ambasciatore diplomatico con la coda.
Anche i nomi ufficiali degli animali raccontano questa trasformazione. Le ricerche storiche di Katharina Leibring mostrano che per secoli i nomi dei cani riflettevano soprattutto la loro funzione: caccia, guardia, pastorizia. I gatti, quando ricevevano un nome, potevano perfino cavarsela con qualcosa di onomatopeico simile a “Miao”. Con l’urbanizzazione, l’ingresso sempre più frequente degli animali nelle case e il cambiamento del loro ruolo sociale, i nomi sono diventati progressivamente più simili a quelli umani. Il fenomeno è stato osservato anche negli studi socio-onomastici moderni.
Oggi un cane può chiamarsi Arturo, Ettore o Olivia ed essere considerato a tutti gli effetti membro della famiglia. Dopodiché quella stessa famiglia prenderà il nome Arturo, lo passerà attraverso quindici diminutivi, tre rime, un riferimento a una cacchetta fatta nel 2021 e una battuta che ormai capiscono soltanto quattro persone.
Sul microchip rimarrà Arturo.
A casa, naturalmente, sarà Cicciopuffolo.

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- https://doi.org/10.1515/mult.1999.18.1.1
- https://ucrisportal.univie.ac.at/en/publications/asymmetric-use-of-diminutives-and-hypocoristics-to-pet-animals-in/
- https://arpi.unipi.it/handle/11568/1117050
- https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3002789
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