Parlare con cani e gatti: in circa un momento parlato su dieci ci rivolgiamo proprio a loro
- I ricercatori hanno analizzato 5.072 registrazioni di 30 o 50 secondi provenienti da 240 partecipanti negli Stati Uniti
- Nei 30.433 clip in cui le persone parlavano, il 9,2% conteneva parole rivolte a un cane o a un gatto
- AURAL-Pet distingue domande, comandi, complimenti, frustrazione, soprannomi e perfino conversazioni in cui l’animale viene trattato come un interlocutore umano
- Le differenze individuali erano enormi: alcuni non usavano mai soprannomi, altri lo facevano praticamente ogni volta che parlavano all’animale
- Lo studio sviluppa uno strumento di misurazione e non dimostra ancora che parlare agli animali migliori il benessere psicologico
Spiegare al gatto perché la giornata è andata male, comunicare al cane che “adesso usciamo ma prima devo trovare le chiavi”, chiedere chi sia stato a rovesciare qualcosa pur avendo già un sospettato peloso davanti agli occhi. Tutto questo, da agosto 2026, ha anche un sistema scientifico di classificazione.
Un gruppo dell’Università dell’Arizona ha sviluppato AURAL-Pet, uno strumento pensato per misurare in modo sistematico come le persone parlano con cani e gatti nella vita quotidiana. E il primo dato ottenuto applicandolo è piuttosto notevole: nei 30.433 frammenti audio in cui i partecipanti stavano parlando, il 9,2% conteneva parole rivolte a un animale.
La percentuale arriva dallo studio pubblicato su Frontiers in Psychiatry, firmato da Dara S. Jonkoski e colleghi. Detto in modo semplice, circa un momento parlato su dieci finiva per coinvolgere un cane o un gatto. In alcuni partecipanti la quota era zero, in altri arrivava quasi alla metà, con un massimo del 49,6%.
Una precisazione evita di trasformare una curiosità scientifica in una statistica più grossa del necessario: quel 9,2% riguarda la quota di clip registrati in cui si parlava, quindi non misura con il cronometro il 9,2% di tutti i minuti di conversazione di una giornata. Inoltre i dati erano stati raccolti per studi precedenti e i ricercatori non potevano essere certi che ogni animale presente fosse effettivamente di proprietà del partecipante. Nell’articolo preferiscono infatti parlare di persone che si trovavano in prossimità di cani o gatti.
Insomma, il dato resta già abbastanza interessante senza attribuire al gatto anche dieci minuti esatti ogni cento della nostra agenda sociale. Probabilmente ne pretenderebbe di più.
Come si misura scientificamente una persona che racconta al gatto i programmi per domani
I ricercatori sono partiti da quattro studi già esistenti condotti negli Stati Uniti, che comprendevano gruppi differenti: adulti anziani, persone sane impegnate in pratiche di meditazione, coppie alle prese con un tumore al seno e adulti recentemente divorziati o separati.
I partecipanti portavano con sé l’Electronically Activated Recorder (EAR), un’applicazione per smartphone che si attiva in momenti casuali della giornata e registra brevi frammenti dell’ambiente circostante. Il sistema, descritto anche nell’archivio scientifico dedicato all’EAR, permette di osservare comportamenti quotidiani senza chiedere continuamente alle persone cosa stiano facendo.
Da quei materiali sono stati selezionati 5.072 clip di 30 o 50 secondi provenienti da 240 partecipanti, nei quali i codificatori avevano individuato la presenza di un cane o di un gatto.
Poi è iniziato il lavoro che, letto fuori dal contesto accademico, ha qualcosa di meravigliosamente surreale: classificare scientificamente il nostro modo di parlare agli animali.
AURAL-Pet comprende 30 variabili. Registra se una persona impartisce un comando, fa una domanda, esprime approvazione o disapprovazione, usa un soprannome affettuoso, modifica tono e velocità della voce, manifesta irritazione oppure attribuisce pensieri e intenzioni all’animale.
C’è perfino la categoria “human substitute”, usata quando qualcuno conversa con cane o gatto come se davanti avesse un essere umano, affrontando concetti che vanno oltre i bisogni pratici dell’animale. I ricercatori hanno trovato persone che narravano ai loro animali quello che stavano facendo, commentavano il comportamento del pet, parlavano del meteo, del negozio, dei propri programmi e perfino di futuri appuntamenti dal medico.
Finalmente la frase “scusa, sto parlando col gatto” può vantare una metodologia.
Dai soprannomi alle previsioni del tempo
Lo strumento ha mostrato soprattutto una forte variabilità individuale. Come racconta anche il comunicato dell’Università dell’Arizona, alcuni partecipanti utilizzavano soprannomi affettuosi in praticamente tutte le registrazioni in cui parlavano al proprio animale, mentre altri non lo facevano mai.
Nel campione, l’uso di soprannomi compariva mediamente nel 13,4% dei clip in cui era presente un animale. Nell’8,6% comparivano frasi con cui la persona sembrava interpretarne pensieri, desideri o intenzioni; nel 2,3% emergeva esplicitamente un ruolo genitoriale, con persone che si definivano “mamma” o “papà” del pet. Le espressioni evidenti di irritazione o frustrazione erano invece molto meno frequenti, circa lo 0,9%.
E sì, i ricercatori hanno classificato anche le domande rivolte ad animali che, almeno ufficialmente, non possono rispondere. Quelle del tipo “chi vuole andare a passeggio?”, “chi è stato?” o “ti piace il giocattolo, vero?”. Conversazioni unilateralmente democratiche: la domanda viene posta, il diritto di replica resta piuttosto teorico.
L’interesse scientifico però va oltre la parte divertente. Gli studi sul cosiddetto “pet effect”, cioè sui possibili benefici della convivenza con gli animali per salute mentale e benessere, hanno prodotto nel tempo risultati molto diversi. Alcune ricerche osservano associazioni con minore solitudine o depressione, altre trovano effetti piccoli o assenti.
Emily Bray, autrice senior dello studio, spiega che strumenti come AURAL-Pet potrebbero permettere di superare la semplice distinzione tra “ha un animale” e “non ha un animale” e capire come le persone interagiscono realmente con cani e gatti. Chi li tratta come confidenti, chi parla poco, chi li coinvolge continuamente nella propria giornata potrebbe infatti vivere relazioni molto diverse.
Per ora questa rimane un’ipotesi da studiare. La ricerca pubblicata su Frontiers in Psychiatry è soprattutto un lavoro metodologico: dimostra che AURAL-Pet può classificare in maniera abbastanza affidabile molti comportamenti vocali, ma non dimostra che parlare di più al cane o raccontare i propri problemi al gatto faccia stare meglio.
Gli autori stanno già utilizzando il sistema in nuovi progetti dedicati al benessere degli adulti anziani. Lo studio dichiara inoltre che il lavoro sul manoscritto è stato finanziato dal Waltham Petcare Science Institute di Mars Petcare; secondo gli autori, il finanziatore ha controllato il testo per accuratezza senza intervenire su disegno dello studio, raccolta e analisi dei dati o decisione di pubblicare.
Rimane intanto quel 9,2%. Abbastanza per confermare che le conversazioni con gli animali non sono affatto un comportamento marginale. E anche che, quando qualcuno dice “parlo da solo”, potrebbe semplicemente stare omettendo un partecipante. Quello col pelo, che ascolta tutto e continua ostinatamente a non rispondere.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2026.1881870/full
- https://osf.io/n2ufd/
- https://news.arizona.edu/news/new-u-tool-decodes-pet-talk-and-may-help-explain-how-pets-affect-our-well-being
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