Essere single è associato anche a reddito, lavoro e cultura: lo studio su 59 Paesi
- Lo studio ha analizzato 71.169 adulti di 59 Paesi
- Nel campione essere più giovani, uomini e disoccupati era associato a una maggiore probabilità di essere single
- Anche reddito più basso, istruzione più elevata e vivere in centri più grandi risultavano associati allo status di single
- Nei Paesi più individualisti alcune di queste associazioni diventavano più marcate
- La ricerca è correlazionale: non dimostra che reddito, lavoro o cultura siano la causa dell’essere single
Cupido, a quanto pare, deve fare i conti anche con il mercato del lavoro. Uno studio pubblicato su PLOS One ha analizzato i dati di 71.169 adulti in 59 Paesi e trovato associazioni tra lo status di single e una discreta quantità di cose che difficilmente entrerebbero in una commedia romantica: età, sesso, dimensioni della città, istruzione, reddito, occupazione e caratteristiche culturali del Paese in cui si vive.
La ricerca è firmata da Marta Kowal e Katarzyna Adamczyk. Le autrici hanno lavorato sui dati della settima ondata del World Values Survey, una grande indagine internazionale sui valori e sugli atteggiamenti sociali. I partecipanti erano adulti intervistati nei rispettivi Paesi attraverso questionari; per questa analisi sono stati selezionati i casi per cui erano disponibili tutte le informazioni necessarie.
Prima precisazione, indispensabile per evitare che mezza Tinder si senta chiamata in causa: per l’analisi principale le ricercatrici hanno classificato come single chi aveva risposto “single/never married”, cioè single e mai sposato. Il gruppo di confronto comprendeva persone sposate o conviventi come sposate. Divorziati, separati e vedovi sono stati esclusi dall’analisi principale, anche se un’analisi supplementare che li inseriva tra i single ha restituito uno schema generale simile.
Nel campione erano più spesso single i giovani, gli uomini, chi viveva in città grandi e chi aveva redditi più bassi o era disoccupato
Il modello statistico utilizzato dalle ricercatrici ha restituito diverse associazioni significative. Una maggiore probabilità di appartenere al gruppo dei single era collegata all’essere più giovani, uomini, residenti in centri più grandi, con un livello di istruzione più elevato, un reddito più basso e disoccupati. Le variabili sociodemografiche individuali spiegavano nel modello il 38,6% della variabilità osservata nello status sentimentale.
Una combinazione che, presa alla lettera, sembra quasi il profilo di qualcuno che ha passato parecchi anni sui libri, si è trasferito in città e poi ha scoperto che l’affitto costa quanto un rene. Ma qui bisogna tenere il freno a mano tirato: lo studio rileva associazioni, non rapporti di causa ed effetto.
Il reddito più basso, per esempio, era associato a una maggiore probabilità di essere single. Questo non significa che guadagnare poco condanni alla vita sentimentale in modalità aereo. Le stesse autrici spiegano che la direzione del rapporto non può essere stabilita: una minore stabilità economica potrebbe rendere più difficile avviare relazioni stabili, ma vivere senza partner potrebbe a sua volta influire sulle condizioni economiche. Lo stesso problema riguarda la disoccupazione.
Anche l’associazione con l’istruzione richiede cautela. Nel campione, livelli di istruzione più elevati erano collegati a una maggiore probabilità di essere single. Tra le possibili spiegazioni c’è il fatto che percorsi educativi più lunghi possano posticipare l’ingresso stabile nel mercato del lavoro e la formazione di una coppia. Possibile spiegazione, appunto: nessun master universitario viene consegnato insieme a un certificato di nubilato.
Lo stesso vale per le città. Vivere in un centro abitato più grande risultava associato a una maggiore probabilità di essere single, benché le città offrano teoricamente anche più occasioni per conoscere altre persone. Secondo le ricercatrici potrebbe incidere la maggiore diffusione di stili di vita meno legati ai modelli familiari tradizionali. La dimensione del comune, evidentemente, può aumentare contemporaneamente il numero di esseri umani nel raggio di cinque chilometri e la libertà di non volerci costruire una famiglia.
La cultura del Paese cambia il peso di reddito, sesso, età e lavoro sullo status di single
La parte più interessante arriva quando le caratteristiche individuali vengono messe accanto a quelle culturali. Kowal e Adamczyk hanno utilizzato due dimensioni del modello Minkov-Hofstede: individualismo-collettivismo e flessibilità-monumentalismo. Non sono test della personalità applicati alle singole persone: sono indicatori assegnati ai Paesi e descrivono alcune caratteristiche culturali aggregate.
Nei Paesi con livelli più elevati di individualismo la probabilità di essere single risultava complessivamente maggiore. Lo stesso avveniva nei Paesi con punteggi più bassi nella dimensione della flessibilità. Le sole variabili culturali spiegavano però il 5,13% della variabilità dello status di single: un effetto statisticamente significativo, ma decisamente lontano dal poter prendere un atlante e stabilire dove avremo più fortuna al prossimo appuntamento.
La cultura modificava inoltre alcune associazioni individuali. Nei Paesi più individualisti, per esempio, la differenza tra uomini e donne era più evidente: essere uomini risultava associato più fortemente alla probabilità di essere single. Sempre nei Paesi più individualisti emergeva in maniera più chiara l’associazione tra reddito inferiore e status di single, mentre questa relazione non veniva osservata allo stesso modo nei Paesi più collettivisti. Anche istruzione, età e disoccupazione interagivano con le caratteristiche culturali nazionali.
Tra queste interazioni, quelle relative all’età erano le più consistenti. Per molte delle altre, invece, le dimensioni dell’effetto erano piccole o trascurabili. Un dettaglio importante, perché “la cultura determina se resterai single” sarebbe un titolo molto comodo e anche parecchio più grosso dei dati.
C’è poi un limite ancora più semplice. La ricerca fotografa le persone in un determinato momento e non le ha seguite nel tempo. Non sappiamo quindi chi abbia iniziato successivamente una relazione, chi sia rimasto single e chi preferisse esserlo. Lo studio non analizzava neppure in modo specifico le ragioni della condizione di single o il benessere psicologico delle persone coinvolte. Le autrici indicano proprio questi aspetti tra quelli da approfondire con studi futuri.
I dati possono quindi dire parecchio su come fattori personali e contesto sociale si intreccino nello status sentimentale. Non possono dirci perché quella persona visualizza il messaggio alle 19:42 e alle 23:15 non abbia ancora risposto. La scienza, purtroppo, ha ancora dei limiti.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0335416
- https://www.worldvaluessurvey.org/WVSContents.jsp?CMSID=Documentation
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