Come le parole automatiche che usi rivelano le tue vecchie cicatrici
- Frasi comuni come “non importa” o “faccio da solo” non sono semplici abitudini linguistiche ma strategie di sopravvivenza apprese nell’infanzia per proteggersi da delusioni o incomprensioni
- Il corpo mantiene una memoria fisica del trauma anche quando la mente non ricorda i dettagli, reagendo con meccanismi automatici come un battito accelerato o un respiro corto in situazioni percepite come minacciose
- Affermazioni di rassegnazione come “ci sono abituato” o “sono fatto così” segnalano una disconnessione dalle proprie emozioni e un adattamento neurologico che riduce la motivazione per evitare ulteriori delusioni
- L’iper-autosufficienza nasconde una profolla diffidenza verso gli altri, sostenuta da un sistema nervoso in costante allerta dove l’amigdala è iperattiva e la capacità di fidarsi è ridotta
- È possibile modificare questi schemi grazie alla neuroplasticità cerebrale, sostituendo gradualmente le frasi automatiche con altre più funzionali per inviare al corpo e alla mente nuovi segnali di sicurezza
Quante volte al giorno dici “non importa” o “faccio prima da solo”? Sembrano innocenti segni di efficienza o pazienza, ma in realtà sono meccanismi di sopravvivenza che il tuo cervello ha installato da bambino. Quando da piccoli si è stati ignorati o fraintesi, il cervello impara una lezione semplice e brutale: esprimere un bisogno equivale a esporsi al dolore. Così, impara a preferire il silenzio.
Il corpo, però, non dimentica. Anche se la mente ha rimosso i dettagli, il sistema nervoso reagisce ancora a quegli antichi allarmi. Mentre la tua bocca pronuncia un tranquillo “va tutto bene”, il tuo corpo potrebbe tradirti con un battito cardiaco accelerato o un respiro corto. È una memoria implicita, fatta di sensazioni e non di ricordi, che si attiva prima del pensiero cosciente.
L’identità costruita sulla rassegnazione
Altre frasi preferite sono “ci sono abituato” o “sono fatto così”. Queste non sono affermazioni di carattere, ma bandiere bianche alzate dopo troppe battaglie perse. Minimizzare il dolore è una strategia che si impara quando la vulnerabilità è stata giudicata o respinta. A furia di resistere, ci si convince che soffrire sia la normalità, in un fenomeno che gli studiosi chiamano disconnessione interocettiva: perdi il contatto con ciò che senti veramente.
Questa rassegnazione non è pigrizia, ma un adattamento biologico. Il cervello, dopo ripetuti fallimenti nel farsi ascoltare o nel ricevere conforto, riduce la produzione di dopamina, la molecola della motivazione. Perché provarci ancora se il risultato è la delusione? Meglio la sicurezza grigia della resa che il rischio colorato della speranza.
Il mito dell’autosufficienza totale
Il motto “faccio da solo” è forse il più insidioso, perché si camuffa da virtù. In realtà, nasconde la paura ancestrale di dipendere da qualcuno e di rimanere delusi. Chi ha dovuto cavarsela troppo presto, sviluppa un’iper-autosufficienza che è in realtà un costante stato di allerta. Il sistema nervoso rimane sempre acceso, anche quando non ce n’è bisogno.
Le neuroscienze spiegano che in questi casi l’amigdala, la centralina della paura, rimane iperattiva, mentre la corteccia prefrontale, che gestisce la fiducia e le relazioni, si spegne. Il risultato? Si vede l’altro non come una risorsa, ma come un potenziale intralcio o una minaccia. Si dorme, ma non si riposa; si ama, ma con una parte di sé sempre in ritirata.
Come reimpostare il vocabolario emotivo
La buona notizia è che il cervello è plastico e queste frasi non sono una condanna a vita. Non si tratta di pensiero positivo, ma di creare piccole, nuove esperienze che dimostrino al tuo sistema nervoso che la minaccia è finita. L’obiettivo è riscrivere quella “profezia implicita” che ti sussurra “fallirò di nuovo”.
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Il cambiamento avviene sostituendo le frasi automatiche con piccole correzioni di rotta. Trasforma “Preferisco non chiedere” in “Oggi provo a chiedere una cosa piccolissima”. Cambia “Non mi aspetto niente” con “Mi concedo un’aspettativa concreta e realistica”. Ogni volta che lo fai, il corpo riceve un segnale: “Guarda, è sopravvissuto. Niente di terribile è successo”. Il battito cardiaco rallenta, il respiro si fa più profondo e una parte di te, molto lentamente, impara a fidarsi. Guarire non è cancellare il passato, è imparare a usare un tono di voce nuovo.

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- https://philpapers.org/rec/COMMAT
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