Il matrimonio serve ancora? Le tutele che una lunga convivenza da sola non garantisce

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Il matrimonio serve ancora? Le tutele che una lunga convivenza da sola non garantisce

| 06/10/2026
Fonte: Pexels

Al giorno d’oggi serve ancora sposarsi? Dipende soprattutto da cosa vuoi proteggere

  • In Italia si può costruire una famiglia e avere figli senza essere sposati, con gli stessi diritti per i figli
  • Le convivenze di fatto hanno oggi tutele su salute, casa, assistenza e rapporti patrimoniali
  • Il convivente non diventa automaticamente erede del partner e non ha diritto alla pensione di reversibilità
  • Con un testamento e un contratto di convivenza si possono colmare alcune differenze, ma non tutte
  • Il matrimonio oggi pesa soprattutto quando qualcuno muore, si ammala o la coppia si rompe

 

Se per “serve ancora sposarsi?” intendiamo chiedere se nel 2026 sia necessario un matrimonio per mettere su casa, avere figli, dividere bollette, adottare un gatto e discutere per venti minuti su chi abbia lasciato la luce accesa in bagno, la risposta è semplice: no.

Lo stanno già facendo milioni di italiani. Secondo l’ISTAT, le libere unioni sono passate da circa 440mila nel biennio 2000-2001 a più di 1,7 milioni nel 2023-2024, quasi quadruplicando. Nel 2024 i matrimoni celebrati in Italia sono stati 173.272, il 5,9% in meno rispetto all’anno precedente. I dati provvisori relativi al 2025 li fanno scendere ancora, a circa 165mila.

Anche avere figli fuori dal matrimonio è diventato qualcosa di molto lontano dall’eccezione. Nel 2024 il 43,2% dei bambini è nato da coppie non coniugate, contro circa uno su cinque nel 2008, come mostrano i dati ISTAT sulla natalità.

Sul piano giuridico, poi, i figli hanno da tempo smesso di avere bisogno delle nozze dei genitori per ottenere uno status pieno. La legge 219 del 2012 ha stabilito che “tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico”. La vecchia distinzione tra figli “legittimi” e “naturali”, che già a leggerla oggi sembra uscita da una soap opera con tende di velluto, è stata quindi superata.

Sposarsi non serve più per avere una famiglia o dei figli: la differenza resta nelle tutele che scattano automaticamente quando la vita si complica

Il matrimonio ha perso parecchie delle funzioni sociali che aveva cinquant’anni fa. Sul piano giuridico, però, non è diventato un soprammobile.

Dal 2016 la disciplina sulle convivenze di fatto ha ridotto parecchio le distanze. La legge 76 del 2016 riconosce ai conviventi una serie di diritti che prima erano molto più fragili.

Come riassume anche il Consiglio Nazionale del Notariato, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, assistenza e accesso alle informazioni personali in caso di malattia o ricovero. Ciascuno può inoltre designare l’altro come proprio rappresentante per determinate decisioni riguardanti la salute e, in caso di morte, per alcune scelte come la donazione degli organi o la cremazione.

Se muore il proprietario dell’abitazione in cui la coppia viveva, il convivente superstite può continuare ad abitarvi per un periodo previsto dalla legge, generalmente compreso tra due e cinque anni. Se l’immobile era in affitto, può subentrare nel contratto in alcune circostanze.

Esiste inoltre il contratto di convivenza, con cui la coppia può disciplinare diversi aspetti patrimoniali della vita comune.

Quindi l’alternativa non è più quella caricaturale tra “moglie con tutti i diritti” e “fidanzata che dopo trent’anni deve presentarsi alla reception dell’ospedale dicendo giuro che stavamo insieme”.

Resta una differenza nel meccanismo. Con il matrimonio una serie di effetti giuridici parte insieme alla firma. Chi convive può costruire diverse protezioni attraverso dichiarazione anagrafica, contratto di convivenza, testamento, designazioni personali e una gestione attenta della proprietà dei beni.

Funziona. Richiede semplicemente di pensarci prima, attività nella quale l’essere umano eccelle quasi quanto nell’aggiornare il backup del computer.

E alcuni pezzi restano comunque fuori.

Quando il matrimonio torna molto pratico: eredità, tasse di successione e pensione di reversibilità continuano a separare coniugi e conviventi

La differenza più pesante compare spesso nel momento peggiore possibile: quando uno dei due muore.

Il coniuge rientra tra i legittimari, cioè tra le persone alle quali la legge riserva comunque una quota dell’eredità. Al convivente di fatto, invece, non viene riconosciuto automaticamente alcun diritto successorio.

Per lasciargli beni occorre quindi fare testamento, rispettando le quote che spettano agli eventuali legittimari. Una coppia può aver trascorso insieme trent’anni, pagato un mutuo, litigato sulle vacanze e sviluppato un sistema perfetto per capire chi deve comprare la carta igienica: per la successione, senza gli strumenti giuridici giusti, tutto questo non basta.

Cambia anche il conto presentato dal fisco. La disciplina dell’imposta di successione prevede per il coniuge e i parenti in linea retta un’aliquota del 4% sulla parte che supera un milione di euro per ciascun beneficiario. Per gli “altri soggetti”, categoria nella quale può ricadere un convivente senza rapporti di parentela con il defunto, l’aliquota è dell’8%, senza quella franchigia. Le aliquote sono indicate nel decreto legislativo 139 del 2024.

Poi c’è la pensione di reversibilità. Qui la convivenza lunga, stabile e affettuosa può valere moltissimo nella vita quotidiana e decisamente meno davanti all’INPS.

La pensione ai superstiti riconosciuta dall’INPS spetta al coniuge e alla parte dell’unione civile, oltre agli altri familiari previsti dalla legge quando ricorrono i relativi requisiti. Il convivente di fatto, in quanto tale, non figura tra i beneficiari. Per il coniuge superstite solo, la quota ordinaria è pari al 60% della pensione del defunto.

E qui la differenza tra aver firmato o meno diventa improvvisamente molto meno filosofica.

Anche quando una relazione finisce, le regole non coincidono. In caso di cessazione della convivenza di fatto, la legge consente al giudice di riconoscere gli alimenti all’ex convivente che si trovi in stato di bisogno e non riesca a provvedere al proprio mantenimento, per un periodo proporzionato alla durata della convivenza. È una tutela circoscritta e diversa da quelle che possono entrare in gioco con separazione e divorzio.

C’è poi un dato curioso. Mentre gli italiani continuano a sposarsi per accedere anche a questo pacchetto di protezioni, tengono sempre più spesso i patrimoni separati: nel 2024 il 74,8% delle coppie sposate ha scelto la separazione dei beni. Nel 1995 lo faceva il 40,9%. Ci amiamo, certo. Il conto corrente magari resta lì dov’è.

Oggi il matrimonio ha quindi perso il monopolio sulla famiglia. Si può convivere, avere figli, comprare casa insieme e costruire una relazione lunga senza passare dal Comune o dall’altare.

Resta però uno strumento giuridico molto potente, soprattutto per quella parte della vita che di solito preferiamo rimandare mentalmente a data da destinarsi: malattie, morte, successioni, pensioni, separazioni.

Una coppia non sposata può costruire una rete di protezione robusta con testamento, contratto di convivenza, corretta intestazione dei beni, assicurazioni e designazioni. Bisogna però costruirla.

Il matrimonio buona parte di quella rete la monta automaticamente. Poco romantico, forse. Anche scoprire che l’amore della propria vita non eredita automaticamente e non prende la reversibilità, però, ha pochissimo di poetico.

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