Il successo degli altri? Tutto meritato (finché non scopriamo che hanno avuto fortuna)

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Il successo degli altri? Tutto meritato (finché non scopriamo che hanno avuto fortuna)

| 15/10/2026
@AI generated

Disuguaglianza economica: se guadagni di più perché sei bravo, ci sta; se è fortuna, diventiamo Robin Hood

  • Oltre 65mila persone in 60 Paesi hanno deciso come distribuire un bonus reale tra due lavoratori
  • Quando il vantaggio nasceva dal merito, la disuguaglianza accettata aumentava dell’85% rispetto al caso deciso dalla fortuna
  • Rendere la redistribuzione molto costosa aumentava invece la disuguaglianza accettata soltanto del 14%
  • Il modello individua circa il 37% di libertari, il 37% di meritocratici e il 27% di egalitari
  • Nel campione italiano il 65% viene classificato come meritocratico, una delle percentuali più alte tra i 60 Paesi

 

Date a una persona sei dollari in più perché ha lavorato meglio e una bella fetta dell’umanità sembra reagire con un composto: “Beh, se li è guadagnati”. Datele esattamente gli stessi soldi perché ha avuto fortuna e improvvisamente nella stanza compare Robin Hood.

È una sintesi un po’ brutale, però abbastanza fedele a quanto osservato in Fairness Across the World, un enorme esperimento pubblicato nel 2026 sul Quarterly Journal of Economics. Ingvild Almås, Alexander W. Cappelen, Erik Ø. Sørensen e Bertil Tungodden hanno coinvolto oltre 65mila persone di almeno 15 anni in 60 Paesi, attraverso il Gallup World Poll del 2018. Il campione copre circa l’85% della popolazione mondiale e l’88% del PIL globale, con almeno mille partecipanti per Paese e campioni nazionali costruiti con procedure probabilistiche.

Insomma, stavolta non abbiamo ventisette studenti di Economia reclutati perché erano già nel corridoio. La ricerca nasce dal progetto internazionale Fairness Across the World coordinato dal centro FAIR della Norwegian School of Economics, costruito per capire quanto cambino da una società all’altra le idee di giustizia, merito e redistribuzione. I risultati sono consultabili nello studio scientifico originale.

Merito e sorteggio

L’esperimento era piuttosto semplice. Due lavoratori reali, reclutati attraverso una piattaforma online, svolgevano lo stesso tipo di compito. A un terzo partecipante, lo “spettatore”, spettava poi decidere se lasciare invariata la differenza nei compensi oppure redistribuire parte del denaro. La scena cambiava però in un dettaglio fondamentale.

In una condizione, il lavoratore che riceveva il bonus era stato scelto per caso. In un’altra, il premio andava al lavoratore più produttivo. In una terza, il vantaggio nasceva nuovamente dalla fortuna, però redistribuire aveva un costo molto alto: metà del denaro spostato da una persona all’altra spariva durante il trasferimento. Una specie di bonifico effettuato dall’inferno burocratico.

Il risultato è notevole. Quando la differenza dipendeva dalla fortuna, il 60,9% degli spettatori eliminava completamente la disparità. Quando invece il bonus premiava la produttività, a fare parti uguali rimaneva soltanto il 26,1%.

Succedeva anche il contrario. Nel caso deciso dalla sorte, il 34% lasciava tutto com’era; davanti al merito, la quota saliva al 61,7%. In termini di indice di Gini utilizzato dai ricercatori, la disuguaglianza effettivamente lasciata in piedi aumentava dell’85% passando dalla fortuna al merito.

Ancora più curioso è il confronto con il denaro che si perde redistribuendo. Far sparire il 50% della cifra trasferita aumentava la disuguaglianza accettata soltanto del 14%.

Quindi sì, buttare soldi dalla finestra infastidisce. Però sapere che qualcuno quei soldi “se li è meritati” sembra pesare molto di più. Nell’esperimento, la provenienza della differenza economica contava circa sei volte più del pesante costo imposto alla redistribuzione. La nostra calcolatrice morale, evidentemente, ha una funzione “merito” con il tasto particolarmente grosso.

I ricercatori hanno poi utilizzato le scelte per stimare tre grandi orientamenti. I libertari, circa il 36,9%, tendono ad accettare la disuguaglianza anche quando nasce dalla fortuna. I meritocratici, il 36,7%, sono molto più disponibili ad accettarla quando riflette produttività e impegno. Gli egalitari, il 26,5%, preferiscono ridurre le differenze anche quando sono legate al merito.

Nella maggior parte dei Paesi nessuno dei tre gruppi raggiunge da solo la maggioranza. Una consolazione: almeno sulla definizione di ciò che è giusto riusciamo a dividerci perfettamente.

In Italia il merito piace moltissimo, purché sia chiaro da dove arrivano quei soldi

Qui arriva un dettaglio particolarmente gustoso per noi. Secondo il modello elaborato dagli autori, l’Italia ha il 65% di meritocratici: la terza quota più alta dell’intero studio, dietro soltanto al Canada con il 70% e all’Australia con il 68%.

Non significa che il 65% degli italiani viva in una meritocrazia, naturalmente. Significa che, nelle scelte sperimentali osservate, quella quota mostra un comportamento compatibile con l’idea secondo cui una differenza economica diventa molto più accettabile quando deriva dalla produttività. È una distinzione sottile, specialmente in un Paese dove la parola “meritocrazia” riesce generalmente a produrre una rissa prima ancora del caffè.

L’Italia compare anche tra i Paesi nei quali rendere costosa la redistribuzione produce uno degli effetti più marcati, insieme a Vietnam, Portogallo e Canada. Anche qui, però, il peso del merito resta complessivamente più importante.

Il confronto internazionale aggiunge un altro piccolo cortocircuito. Le società più ricche, individualiste e democratiche tendono ad avere una maggiore presenza di atteggiamenti meritocratici. Eppure proprio nei Paesi occidentali è più debole la convinzione che le disuguaglianze esistenti dipendano davvero dal merito.

A livello globale, la quota di persone che considera la fortuna una causa importante della ricchezza è circa il 50% più alta rispetto alla quota che attribuisce le differenze soprattutto a duro lavoro e capacità. Possiamo quindi credere contemporaneamente in due cose: chi merita di più può avere di più; chi ha di più, però, magari tanto merito non ce l’aveva. La mente umana ama le sfumature. Soprattutto quando deve fare i conti con il conto corrente altrui.

La University of Zurich ha sottolineato proprio questa apparente contraddizione: nei Paesi occidentali l’idea meritocratica della giustizia è particolarmente forte, mentre è più debole la convinzione che il successo economico osservato nella società derivi effettivamente dal solo impegno individuale.

Serve però evitare di trasformare l’esperimento in un referendum mondiale sulle tasse. I partecipanti stavano distribuendo somme relativamente piccole tra due lavoratori in una situazione costruita dai ricercatori; decidere quanto tassare patrimoni e redditi in un’economia vera significa aggiungere interessi personali, politica, servizi pubblici, sistemi fiscali e qualche migliaio di pagine scritte in carattere otto.

Gli autori hanno comunque svolto un secondo esperimento negli Stati Uniti su 1.517 persone, introducendo anche un piccolo costo personale per chi sceglieva di redistribuire. Il risultato qualitativo è rimasto simile: pagare personalmente qualcosa rendeva i partecipanti un po’ meno generosi, però la differenza tra “fortuna” e “merito” continuava a pesare molto di più.

La ricerca racconta qualcosa di più interessante del semplice “alla gente piace la meritocrazia”. Mostra che la disuguaglianza cambia significato a seconda della storia che le mettiamo accanto.

Se quei sei dollari sembrano guadagnati, diventano quasi intoccabili. Se sembrano pescati da un cappello, siamo molto più propensi a dividerli. Robin Hood esiste ancora. Solo che prima vuole vedere la busta paga.

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