Smart working, la pausa pranzo è diventata un problema per 6 lavoratori su 10: il Censis spiega perché
- Secondo il rapporto Camst-Censis, il 60,1% dei lavoratori in smart working segnala almeno una difficoltà legata alla pausa pranzo
- Il 54,7% di chi lavora da remoto mangia prevalentemente da solo, contro il 39,2% dei lavoratori in presenza
- Il 36,2% degli smart worker salta spesso il pranzo oppure mangia continuando a lavorare, mentre il 34,9% trova stressante prepararsi da mangiare
- Il 29,6% sente la mancanza dei colleghi durante il pranzo e il 26,6% ritiene che questa assenza abbia effetti negativi anche sul lavoro
- Il 58,5% dei lavoratori ibridi tornerebbe più volentieri in ufficio se trovasse spazi e servizi migliori per condividere la pausa pranzo
Il 54,7% di chi lavora da remoto mangia prevalentemente da solo, contro il 39,2% di chi lavora abitualmente in presenza. Il 36,2% salta spesso il pranzo oppure mangia continuando a lavorare, mentre il 34,9% trova stressante doversi preparare da mangiare. Insomma, lo smart working ci ha liberati dal traffico, dalla ricerca del parcheggio e, in parecchi casi, anche dalla pausa pranzo.
A fotografare questa situazione è il secondo Rapporto Camst-Censis “Lo spazio e il cibo – Nuove geografie della socialità”, presentato il 7 ottobre 2026 a Bologna. L’indagine, realizzata su un campione nazionale rappresentativo di lavoratori maggiorenni, esamina come cambiano le abitudini alimentari e le relazioni quando il lavoro si sposta dall’ufficio alla propria abitazione.
Il risultato è piuttosto curioso: abbiamo finalmente la cucina a pochi passi dalla scrivania, possiamo aprire il frigorifero quando vogliamo e scegliere cosa mangiare senza doverci accontentare del panino rinsecchito del bar sotto l’ufficio. Eppure, per una parte degli intervistati, tutto questo si accompagna a nuove difficoltà.
Lavorare da casa significa spesso mangiare da soli
Secondo i risultati del Rapporto Camst-Censis, il 60,1% dei lavoratori agili sperimenta almeno una difficoltà legata alla pausa pranzo. Per il 37% degli intervistati che lavorano in questa modalità, le criticità riguardano gran parte degli aspetti esaminati.
Partiamo dal pranzo solitario. Oltre la metà degli smart worker, precisamente il 54,7%, mangia prevalentemente senza compagnia. Una condizione che, per qualcuno, potrebbe perfino rappresentare un privilegio: nessun collega che racconta per la quattordicesima volta le proprie disavventure sentimentali, nessuna discussione sul campionato e soprattutto nessuno che decide di organizzare una riunione informale proprio mentre stai cercando di addentare una forchettata di pasta.
Per altri, però, la mancanza di compagnia pesa. Il 29,6% degli intervistati che lavorano da remoto sente la mancanza dei colleghi durante il pranzo, mentre il 26,6% ritiene che l’assenza di questo momento condiviso abbia conseguenze negative anche sul proprio lavoro.
Si tratta di percezioni dichiarate dai partecipanti, dunque non possiamo concludere che mangiare da soli peggiori automaticamente le prestazioni professionali. Il rapporto evidenzia però quanto il pranzo possa rappresentare anche un’occasione di scambio.
Un’altra questione riguarda il tempo. Per il 36,2% degli smart worker, il pranzo finisce per essere saltato oppure consumato mentre si continua a lavorare. Il classico piatto appoggiato accanto alla tastiera, con una mano sulla forchetta e l’altra sul mouse. Magari durante una videochiamata, nella speranza che nessuno chieda improvvisamente di accendere la telecamera.
E poi c’è il 34,9% che trova stressante prepararsi da mangiare. Perché lavorare da casa significa anche dover decidere quotidianamente cosa cucinare, trovare il tempo per farlo e magari occuparsi dei piatti subito dopo. Quella cucina che dall’ufficio sembrava una meravigliosa promessa di libertà può trasformarsi nell’ennesima incombenza incastrata tra due scadenze.
Il rapporto registra quindi difficoltà concrete nella gestione del pranzo domestico, senza però dimostrare che siano causate esclusivamente dal lavoro agile. Orari, carichi di lavoro, organizzazione aziendale e condizioni familiari possono fare parecchia differenza.
La mensa aziendale può rendere più piacevole il ritorno in ufficio
La ricerca contiene anche un dato interessante per le aziende: il 58,5% dei lavoratori che alternano casa e ufficio dichiara che tornerebbe più volentieri in presenza se trovasse spazi e servizi migliori per condividere il pranzo.
Attenzione, però. Essere più disponibili a rientrare grazie a una mensa accogliente non significa necessariamente desiderare cinque giorni di presenza obbligatoria. Il questionario rileva una preferenza per determinati servizi, senza misurare quanti lavoratori sarebbero pronti a rinunciare allo smart working.
Del resto, l’idea di tornare quotidianamente nel traffico per sedersi davanti a un’insalata di riso in compagnia del responsabile commerciale potrebbe non essere universalmente irresistibile.
Eppure, i numeri sulla socialità sono significativi. L’85,2% dei lavoratori intervistati ritiene che una pausa pranzo piacevole favorisca buoni rapporti personali con i colleghi, l’82,2% associa il pasto condiviso a un maggiore senso di appartenenza al gruppo e il 54,2% considera questi momenti utili anche per scambiare informazioni professionali.
Le aziende, quindi, potrebbero avere interesse a investire negli spazi dedicati al cibo. Il 90% del campione considera la disponibilità di un ambiente adeguato dove mangiare un segnale di attenzione da parte del datore di lavoro.
Anche le aspettative sono abbastanza precise. L’87,3% attribuisce importanza alla qualità del cibo, l’86,7% alla velocità del servizio e l’86,5% alla piacevolezza dell’ambiente. Seguono la varietà e la possibilità di personalizzare i pasti, indicate dall’82,3%, e l’accesso al servizio durante la giornata, apprezzato dal 75,8%.
Difficile dar loro torto. Se la pausa dura poco, passare metà del tempo in fila per un piatto di pasta scotta non rappresenta esattamente il massimo del benessere aziendale.
Lo studio esamina però anche un’altra contraddizione delle nostre abitudini alimentari: mentre fatichiamo a trovare il tempo per mangiare, siamo diventati instancabili produttori e consumatori di contenuti dedicati al cibo.
L’85,5% degli intervistati possiede un profilo social e il 56,4% pubblica contenuti con una certa frequenza. Tra le abitudini rilevate, l’80,7% pubblica online contenuti relativi a pranzi, cene e aperitivi, mentre il 77,5% condivide contenuti sui locali frequentati. Il 68,7% presta attenzione all’aspetto visivo del piatto per fotografarlo o filmarlo.
Ancora più interessante è il rapporto tra social e consumi: l’80,5% dichiara di scegliere bar, ristoranti o altri locali anche in base a ciò che vede o viene consigliato online, mentre il 63,8% considera la loro instagrammabilità.
Possiamo dunque ritrovarci a mangiare un toast davanti al computer, magari senza nemmeno concederci venti minuti di pausa, e dedicare parte del tempo libero a guardare persone che preparano piatti elaboratissimi in cucine grandi quanto il nostro appartamento. Le priorità alimentari del XXI secolo hanno un discreto senso dell’umorismo.
C’è però anche una distinzione importante da fare. Il rapporto è stato realizzato da Censis in collaborazione con Camst, gruppo attivo nella ristorazione collettiva e aziendale. La ricerca offre informazioni sulle abitudini e sulle preferenze dichiarate dai lavoratori, ma il suo committente opera proprio nel settore dei servizi che vengono proposti come possibili risposte a queste esigenze.
I risultati vanno quindi letti per quello che misurano, senza trasformare il desiderio di una pausa piacevole in una bocciatura generalizzata dello smart working.
Peraltro, il dato sul 39,2% dei lavoratori in presenza che mangia abitualmente da solo suggerisce che la socialità non sia garantita nemmeno dalla vicinanza fisica. Si può tranquillamente trascorrere una giornata intera in ufficio senza condividere il pranzo con nessuno.
Il problema sollevato dalla ricerca riguarda soprattutto la qualità della pausa, la possibilità di interrompere davvero il lavoro e l’organizzazione dei tempi quotidiani. Una buona mensa può aiutare chi lavora in presenza. Per chi lavora da casa, invece, potrebbe essere più utile riuscire a chiudere il computer per mezz’ora senza sentirsi in colpa.
Possibilmente prima che gli spaghetti diventino colla.

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