Chiedi sempre scusa o non riesci mai a chiedere aiuto? Dietro potrebbe esserci uno di questi 6 schemi
- Galit Atlas descrive sei archetipi infantili che possono riemergere nelle relazioni adulte
- Sono il bambino spaventato, malinconico, pieno di vergogna, invisibile, colpevole e prescelto
- Ogni persona può riconoscersi in più di uno di questi schemi e in misura diversa
- Gli archetipi appartengono alla prospettiva psicoanalitica di Atlas e non sono categorie diagnostiche
- Riconoscere gli schemi ricorrenti può aiutare, secondo Atlas, a capire meglio ciò che accade nelle relazioni
Una persona si avvicina e ti irrigidisci. Si allontana e vai in allarme. Ti chiedono cosa vuoi e, prima ancora di formulare la risposta, stai già facendo i calcoli per capire se il tuo desiderio possa disturbare qualcuno. Oppure fai tutto da solo, non chiedi niente a nessuno e sei diventato così bravo a cavartela che ormai potrebbero lasciarti su un’isola deserta con un coltellino svizzero e probabilmente ringrazieresti per la privacy.
Secondo la psicoanalista Galit Atlas, alcuni di questi schemi possono avere radici molto lontane. Nel suo nuovo libro Come Closer: Childhood Wounds, Adult Love, and the Secrets of Emotional Intimacy, pubblicato il 29 settembre 2026 da Avid Reader Press/Simon & Schuster, Atlas descrive sei archetipi infantili: il bambino spaventato, quello malinconico, quello pieno di vergogna, l’invisibile, il colpevole e il prescelto.
L’idea di fondo è che le prime relazioni con genitori e caregiver contribuiscano a costruire aspettative su vicinanza, sicurezza, dipendenza e cura. Quando da adulti entriamo in una relazione intima, alcune di quelle vecchie modalità possono riattivarsi. Del resto, poche cose riescono a far riaffiorare vulnerabilità sepolte con l’efficienza di un essere umano che visualizza un messaggio e decide di rispondere tre ore dopo.
Va chiarita subito una cosa: questi sei archetipi non sono diagnosi, né una nuova versione psicologica dei segni zodiacali con cui stabilire che il nostro ex era certamente un “bambino malinconico ascendente problematico”. Atlas li presenta all’interno della propria prospettiva psicoanalitica come stati del sé e schemi relazionali. Una stessa persona può riconoscersi in più di uno.
Dalla paura di essere feriti al senso di colpa
Il bambino spaventato ha imparato presto che le persone amate, proprio quelle da cui dipende, possono anche fare male. La conseguenza descritta da Atlas è una certa ambivalenza verso l’intimità: desiderarla e temerla contemporaneamente. La vicinanza attira, poi improvvisamente sembra troppa. La distanza protegge, ma fa soffrire. Una specie di porta girevole emotiva, solo molto meno elegante di quelle degli alberghi.
Il bambino malinconico porta invece con sé soprattutto il tema della perdita. Separazioni e passaggi possono essere vissuti con una forte ansia e riattivare esperienze precedenti. Non significa, naturalmente, che chi soffre dopo una rottura nasconda automaticamente una ferita infantile: essere lasciati fa schifo anche senza una sofisticata spiegazione psicoanalitica. Nel modello di Atlas, però, alcune reazioni particolarmente persistenti possono essere legate al modo in cui abbiamo imparato a vivere perdite e separazioni.
Il bambino pieno di vergogna non si limita a pensare di aver sbagliato qualcosa: può interiorizzare l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato direttamente in lui. È una differenza piccola nella grammatica e gigantesca nell’autostima. Critiche, rifiuti o momenti di distanza possono così trasformarsi nella conferma di una sentenza già scritta: “Visto? Sapevo di non andare bene”.
Poi arriva il bambino invisibile, quello che ha trovato una soluzione piuttosto efficiente: non disturbare. Si nasconde, costruisce una vita interiore ricca e all’esterno può apparire competente, autonomo, perfettamente in grado di gestire tutto. Il problema nasce quando essere autosufficienti diventa anche non riuscire a dire “ho bisogno di te”. Ci si allena così bene a non pesare sugli altri da diventare, sentimentalmente parlando, bagaglio a mano.
Il bambino colpevole, invece, teme di essere “troppo”: troppo bisognoso, intenso, arrabbiato, egoista, rumoroso. Se qualcosa va male, può essere molto rapido nel domandarsi cosa abbia fatto per provocarlo.
Atlas descrive il “Guilty Child” come una persona che può sentirsi eccessivamente responsabile degli altri, cercare di compiacerli o assumere il ruolo di chi deve salvarli. La cura di sé diventa più complicata perché ogni esigenza personale rischia di sembrare sottratta a qualcun altro. Praticamente il reparto assistenza emotiva aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, con un solo dipendente e nessuna pausa pranzo.
Infine c’è il bambino prescelto. Il nome sembra quello fortunato della compagnia, ma Atlas descrive una posizione molto meno comoda: essere considerati speciali da un genitore può accompagnarsi alla sensazione di essere responsabili del suo equilibrio emotivo. Crescendo, separarsi, scegliere per sé o diventare autonomi può quindi provocare sensi di colpa.
Non è un test della personalità
Il rischio con classificazioni così intuitive è abbastanza prevedibile: leggere sei descrizioni, individuare quella che assomiglia vagamente a noi e uscire cinque minuti dopo con un’autodiagnosi, tre ex rivalutati e una nuova teoria completa sulla famiglia d’origine.
Atlas propone qualcosa di meno immediato. Secondo la psicoanalista, possiamo portare dentro più di una di queste ferite, con intensità e manifestazioni differenti. Le relazioni adulte possono riattivare questi stati perché rimettono in gioco alcune delle condizioni delle prime relazioni: dipendenza, vulnerabilità, vicinanza fisica, bisogno di cura e paura dell’abbandono.
La stessa Atlas lavora da anni proprio su relazioni, intimità e trauma. È psicoanalista e supervisora clinica a New York e insegna nel Postdoctoral Program in Psychotherapy & Psychoanalysis della New York University.
Nel suo approccio, riconoscere uno schema serve soprattutto a osservare quando il presente sembra seguire ostinatamente un copione già visto. Chi si sente sempre responsabile dell’umore del partner. Chi chiede scusa anche quando non ha fatto nulla. Chi teme di essere abbandonato e, contemporaneamente, fugge quando qualcuno si avvicina troppo. Chi ha imparato a non chiedere nulla e poi soffre perché nessuno sembra accorgersi di ciò di cui avrebbe bisogno.
Atlas considera consapevolezza e comprensione i primi passaggi per modificare questi automatismi e sottolinea che il lavoro può approfondirsi con l’aiuto di un terapeuta. Anche perché capire da dove arriva uno schema non equivale automaticamente a smettere di ripeterlo. Sarebbe comodo: una seduta, un’illuminazione, timbro sulla fronte “problema risolto” e tutti a casa.
L’idea di Come Closer è più paziente: provare a riconoscere ciò che appartiene al passato quando si presenta vestito da presente. Il bambino spaventato, invisibile, colpevole o prescelto può continuare a farsi sentire. Non deve per forza continuare anche a scegliere il partner, rispondere ai messaggi e gestire ogni litigio al posto nostro.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.simonandschuster.com/books/Come-Closer/Galit-Atlas/9781668067147
- https://www.galitatlas.com/
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